E’ stato il primo Pontefice della storia a concedere un’intervista televisiva (nel settembre 2005, ad una emittente polacca); è anch’egli profondo innovatore e consumato conoscitore degli strumenti della comunicazione; ha affrontato con coraggio e risolutezza uno dei momenti più drammatici della storia della Chiesa, schiacciata dallo scandalo degli abusi sessuali; ha impostato un dialogo fecondo con la Chiesa Ortodossa e con le altre Confessioni Cristiane, con l’Ebraismo e con l’Islam; ha compiuto numerosi – circa venti – viaggi apostolici in ogni parte del globo; è al vertice di una Chiesa con 1,2 miliardi di membri, 4.000 vescovi, 400 mila sacerdoti e milioni di religiosi e religiose.
Ma chi è Benedetto XVI nell’opinione di molti, se non il gelido tecnocrate, il rigido custode della dottrina, il fine ma distaccato teologo che è salito al trono di Pietro dopo un Pontificato, quello di Giovanni Paolo II, che sembrava preludere soltanto a successioni atone e incolori?
Ritengo che la risposta a quei molti – e non solo a costoro, naturalmente – possa trovarsi nella lettura di Luce del Mondo, una lunga intervista concessa a Peter Seewald che è anche una confessione che si dimostra capace di parlare, per la semplicità del linguaggio, ad un pubblico multiverso ed eterogeneo.
Quando affronta il tema degli abusi sessuali, l’ex-Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – che nel 1998 ha aperto al pubblico l’archivio segreto dell’Inquisizione – afferma che “quello che non deve mai succedere è che si fugga e si faccia finta di non vedere e si lasci che i colpevoli continuino nei loro misfatti”. Nessun velo su una Chiesa che, a partire dalla metà degli anni Sessanta, ha dismesso l’applicazione del diritto penale canonico nella convinzione di dover essere soprattutto “una Chiesa dell’amore”, con il ché si è prodotta piuttosto “un’alterazione della coscienza” da cui sono originati “un oscuramento del diritto e della necessità della pena”; oltre che un restringimento del concetto di amore, “che non è soltanto gentilezza e cortesia, ma che è amore nella verità. E della verità fa parte anche il fatto che devo punire chi ha peccato contro il vero amore”. Che cos’è questo se non un inflessibile J’accuse? E quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: la Lettera Pastorale ai cattolici d’Irlanda del 21 marzo 2010, per esempio, non minimizza i fatti accaduti, non tollera tentativi di insabbiamento, non ha paura di riconoscere il limite inequivocabile della Istituzione; ha una parola per le vittime e una – naturalmente ben diversa – per i carnefici e anche per quanti – sopra di loro, i vescovi – non hanno saputo vigilare. Non c’è soltanto la volontà di irrogazione della punizione ma anche la premura per un’opera di prevenzione, che non può non essere ingaggiata. I media non hanno esitato a mettere alla berlina la Chiesa? Bene, essi meritano comunque riconoscenza se ciò è servito a scoperchiare la sua miseria e paccaminosità e se il turbamento che ne deriva non cessa di accompagnarsi comunque alla commozione: malgrado tutto, essa infatti non è abbandonata a se stessa e continua ad essere lo strumento di una guida più alta, che si mostra sempre per il suo tramite.
Benedetto XVI conduce a suo modo, con solida e profonda consapevolezza teologica, una marcia di avvicinamento verso gli altri, a cominciare dalle numerose Confessioni Cristiane eanzitutto con la Chiesa Ortodossa “perché in questo avvicinamento diviene nuovamente visibile la nostra comune responsabilità per il mondo”. Quindi con gli Ebrei, esaltando la profonda unità tra Antica e Nuova Alleanza e un rispetto che si fa delicato, sottile, al punto da non chiamarli ‘fratelli’ ma ‘padri’ nella fede, se è vero che nella tradizione ebraica il fratello maggiore, Esaù, è anche il fratello abietto. Il 2 settembre 2010, nell’incontro con il Presidente israeliano Shimon Peres, questi afferma che durante il Pontificato di Benedetto XVI i rapporti tra Vaticano ed Israele risultano essere i migliori “dai tempi di Gesù Cristo”. E infine con l’Islam, tanto nelle sue componenti sunnite che sciite, per affrontare il bisogno di comprendersi e l’assurdità di un conflitto – peraltro non generale e comunque sovrastato da istanze politiche – concepito nel nome di Dio, al quale è da sostituire lo sforzo comune di trovare la giusta collocazione nella modernità.
E in effetti, nell’orizzonte vasto e complesso di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, le varie religioni – che, aggiungeremmo, forse non sono altro che differenti declinazioni di un unico Principio (e tanto basta per cercare di comprendersi senza però fondersi e perdere ciascuno la propria identità) – si contrappongono al “secolarismo radicale”. Nel mirino è perciò la moderna dittatura, una sorta di pensiero unico che impone modelli di comportamento e pretende adattamento, conformità. Il vitello di una (evidentemente malintesa) modernità, il cui guscio si pretende riempito dei saperi tecnico-scientifici e nulla più. Le cose della fede appaiono così “arcaiche, mitiche, appartenenti ad una civiltà ormai superata” e “l’uomo non cerca più il mistero, il divino, ma si crede certo che un giorno la scienza ci spiegherà tutto quello che ancora non capiamo.”
Se alla Chiesa non è più consentito di vivere la propria identità, allora “la vera minaccia di fronte alla quale ci troviamo è che la tolleranza venga abolita in nome della tolleranza stessa”. In ogni caso, “nessuno è costretto ad essere cristiano. Ma nessuno deve essere costretto a vivere secondo la ‘nuova religione’, come se fosse l’unica e vera, vincolante per tutta l’umanità”.
Promuove la libertà come responsabilità e non come indifferenza. Il potere dell’uomo è cresciuto immensamente, incommensurabilmente rispetto al passato, senonché “non è cresciuto di pari passo il suo potenziale etico”, il progresso si svela “senza fondamenta morali”; o meglio, se pure esiste “un certo potenziale di coscienza morale”, convertirlo in volontà e in scelte politiche “è però di fatto reso impossibile dalla mancanza di disponibilità alla rinuncia”.
Non sembra l’ateismo filosofico bensì quello ‘pratico’, il nemico, se così si può dire: per molti, afferma il Papa, “in tempi remotissimi qualcosa o qualcuno ha dato inizio alla terra, ma egli non ci riguarda. Quando un simile atteggiamento spirituale diviene diffuso stile di vita, la libertà non ha più un termine di misura, e tutto è possibile e permesso”. E’ forse eccessivo? Giudichi ciascuno. Comunque, quel che è sicuro è che “l’uomo rimane sempre lo stesso, nonostante tutti i cambiamenti. (…). La sola scienza, isolandosi e autonomizzandosi, non riempie tutta la nostra vita; ne soddisfa unicamente un ambito, che certo ci offre grandi cose, e tuttavia la scienza a sua volta dipende dal fatto che l’essere uomo rimanga tale”.
Ed in effetti, via via che si avanza e si sperimenta, anche con dolore, il sentiero della vita, diviene sempre meno appagante e verosimile quella limitazione della ragione a ciò che “può essere riconosciuto solo nell’ambito delle scienze naturali” eppertanto escludendo “tutto quello che va al di là di esse”. Del resto, la stessa scienza si rende conto del proprio termine. Ha affermato il fisico nucleare Werner Heisenberg: “Il primo sorso dal bicchiere delle scienze naturali rende atei; ma in fondo al bicchiere ci attende Dio”.
Se dunque c’è una delusione nel Pontificato di Joseph Ratzinger, essa nasce dalla riluttanza alla Chiesa soprattutto nel mondo occidentale: d’altronde essa è stata macchiata da scandali di vario genere e gravità, si può dare tutto il torto a queste società evolute? O questa riluttanza nasce da ben altro?
Benedetto XVI non si sottrae al (ri)tornare sui limiti della Chiesa. Che non può occuparsi soltanto di rendere questo mondo migliore (che già non è poco): “Soprattutto oggi il Papa ha il dovere di battersi ovunque per il rispetto dei diritti umani, come intima conseguenza della sua fede nel fatto che l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio e che ha una vocazione divina. Il Papa ha il dovere di lottare per la libertà, contro la violenza e contro le minacce di guerra. Dal profondo è obbligato a lottare per la conservazione del creato, ad opporsi alla sua distruzione”. C’è un secondo compito – vorremmo dire ‘strategico’ – che è sfondare l’orizzonte del vissuto, occupandosi dei temi escatologici, per far si’ che la fede conferisca autenticamente alla vita dell’uomo una ulteriore dimensione. Tornano centrali le domande sul senso della vita, che si è preteso di soffocare, di chiudere nel trionfo della tecnologia e della iper-comunicazione.
E quello che prima è stato definito ‘ateismo pratico‘ è presenza non episodica proprio e anche dentro la Chiesa e Benedetto XVI rammenta Sant’Agostino: “molti che sembrano stare dentro, sono fuori; e molti che sembrano stare fuori, sono dentro”. Si pensi a quei Papi che si sono dedicati a godere dei benefici terreni del mandato ricevuto; si pensi a quella Chiesa di maggioranza – come scrive Seewald – che corrisponderebbe ormai per lo più ad una ‘amministrazione della incredulità di fatto‘; si pensi al concetto della religione come wellness, ascoltate la bellezza di queste parole: “Non è degna dell’uomo l’idea secondo la quale la comodità sarebbe il miglior modo di vivere, il benessere l’unico contenuto della felicità. Deve diventare nuovamente percepibile che alla nostra umanità dobbiamo chiedere di più, che proprio in questo modo si apre la via ad una felicità più grande; che essere uomini è come una scalata di montagna, con ripide salite, ma è solo attraverso di esse che raggiungiamo le cime e possiamo sperimentare la bellezza dell’essere.”
Ma chi è, dunque il credente autentico, un depositario della verità, che può sperimentarla e quindi brandirla davanti agli increduli? Diremmo di no: “Noi non possediamo mai la verità, nel migliore dei casi è lei a possedere noi. Nessuno mette in discussione il fatto che sia necessario usare cautela e attenzione prima di rivendicare per se la verità. E tuttavia: accantonarla semplicemente perché ritenuta irraggiungibile ha effetti veramente devastanti”. Forse è corretto affermare che anche quello della fede è un percorso, spesso accidentato e difficile, che l’uomo ha l’opportunità di intraprendere, se lo vuole, senza perdere la bussola della tolleranza e consapevole che “il Vangelo si trova in opposizione a costellazioni potenti” e che la statistica (l’id quod plerumque accidit, verrebbe da dire) non può essere il metro di giudizio per la morale.
E così, da un lato, la Chiesa ha il dovere di “mantenere come criterio di giudizio ciò che è difficile, fare in modo che sia questo il metro al quale gli uomini possano sempre commisurarsi, è un compito necessario affinché non seguano altre cadute”, dunque di non annacquarsi, di non sciogliersi nella pretesa conformistica moderna; dall’altro, la liturgia non potrà mai essere ridotta all’autorappresentazione della comunità, trattandosi del fatto che con essa “noi entriamo in qualcosa di molto più grande; che in un certo qual modo usciamo da noi stessi per prendere il largo”.
Ecco, alla fine si può azzardare una risposta all’interrogativo iniziale: le pagine di Luce del Mondo sono pervase da una sorta di understatement papale, che è fatto di dolcezza, sapienza e umiltà. Ma sbaglierebbe chi interpretasse tutto questo come un cedimento o una debolezza. Si potrebbe scoprire che al soglio di Pietro è salito e siede un altro gigante, meno appariscente, forse non carismatico come fu Wojtyla (e Ratzinger non ha paura di riconoscerlo: “mi sono semplicemente detto che sono quel che sono. Non cerco di essere un altro. Quel che posso dare do, e quel che non posso non cerco nemmeno di darlo. Non tento di fare di me qualcosa che non sono”), un principe che mostra il coraggio della verità (certo, di una verità che può non essere condivisa), un padre che governa con rigore e con amore, un maestro che sviluppa la persuasività del logos, un pastore che sa condurre lo sguardo oltre ogni consolidato recinto.
Paolo Marini

Laicamente concordo in pieno. Vorrei solo aggiungere anche un’attenzione alla grande enciclica sul lavoro.