
La legge di bilancio si avvia trotterellando mediocremente alla sua approvazione finale, che avverrà come al solito in modo blindato, con caduta di tutti gli emendamenti, senza una vera sovranità del Parlamento sulla discussione di merito (e pensare che i Parlamenti sono stati inventati per questo).
Resta un interrogativo chiave: meglio puntare alla tenuta complessiva dei conti o dare un aggiustamento vero a taluni problemi del cittadino, come tasse, pensioni, lavoro?
E’ un dilemma diabolico, quasi un ricatto, ma salvaguardare i fondamentali della nostra finanza pubblica è la priorità. Il resto ne consegue.
Va dato atto a Giancarlo Giorgetti di aver dunque tenuto a freno i bollori innanzitutto del suo partito, per consegnarci un rientro nella messa sotto controllo dei conti.
Il debito resta alto, in inesorabile tensione, ma il deficit fa invidia a tanti in Europa, e anticiperemo addirittura l’uscita dalla procedura di violazione della normativa europea, proprio ora che è diventata più severa. Ai tempi dei governi Conei, due terzi del bilancio erano comodamente non coperti.
Questo ha anche un valore economico misurabile, perché incide sul costo del debito, che stava viaggiando verso la stratosfera dei 100 miliardi l’anno. E’ ora in discesa, come il quasi incredibile spread sceso a qualche decina di punti (per capirsi: al momento della crisi che travolse l’ultimo governo Berlusconi, si viaggiava sui 500). Vero è che contribuisce molto il rallentamento vistoso e per noi comunque pesante della Germania, ma stiamo sorpassando in discesa la Francia e le richieste di credito sul mercato trovano risposte generose che scommettono sulla nuova tenuta.
L’altra faccia della medaglia è però quella che tocca più da vicino, nell’immediato, i cittadini che fanno la spesa non alla Borsa di Londra ma al mercato rionale.
Questa legge di bilancio non cambia infatti di una virgola l’affanno dei consumatori, non dà respiro ai lavoratori dipendenti alle prese con i bassi salari, lascia incertezze sul futuro dei pensionati e dei pensionandi.
Forse, anziché ascoltare ogni sera al TG i trombettieri che esaltano inesistenti riduzioni delle tasse, risicati investimenti in sanità, posti di lavoro ancora precari, sarebbe stato un grande merito del Governo vantare la scelta della severità nella spesa. Non è obbligatorio usare la parola austerità, ma a cosa serve la stabilità politica se si rinuncia almeno un pò alla propaganda?
Ci sono decisioni fondamentali, fuori dal bilancio, che invece mancano, a cominciare da una politica industriale di cui è emblematica la vicenda acciaio.
Nella legge finanziaria ci voleva in ogni caso un po’ più di coraggio. La questione ceto medio in sofferenza poteva essere affrontata arrivando a modificare l’aliquota fiscale fino a 60 mila euro, incidendo per 10 punti complessivi su quello spazio decisivo che si prende sul gobbo la gran parte dell’IRPEF.
Lo ha chiesto settimana scorsa la Cisl, senza bisogno di fare uno sciopero generale per questo, ma intanto l’emendamento depositato da Luigi Marattin è già stato bocciato a priori.
Certo sarebbe costato di più, ma la dichiarazione dei redditi di milioni di lavoratori avrebbe registrato una sensibile differenza, non i pochi euro all’anno oggi ottenibili.
Bastava rinunciare a quello che si è preferito in cambio: la demagogia diseducativa di un’ennesima rottamazione dall’esito peraltro incerto.
Insomma, il guaio delle leggi di Bilancio politicizzate è quello di inseguire i simboli. Basti pensare a all’idea che le riserve auree della Banca d’Italia appartengono al popolo (che infatti ci ciberà d’ora in poi con i lingotti). O al tentativo di farsi restituire i soldi usati per comprare quote nel MES, quell’organismo che poteva dare un aiuto vero e decisivo alla nostra sanità. Siamo stati alla larga unicamente perché prendevamo un impegno con l’Europa.
Dimenticando che senza Pnrr (ancora da realizzare, siamo a metà spesa, ad andar bene) saremmo in recessione. Chi i vincoli con l’Europa li ha accettati, dopo iniziali follie, come Grecia, Spagna e Portogallo sta ora meglio di noi.
Beppe Facchetti

Lascia un commento