Intervista a Mattia di Tommaso, fondatore dell’associazione Sos Diritti e Legalità.

Come associazione SOS Diritti e Legalità abbiamo deciso di organizzare un’assemblea con tutti i praticanti legali, gli studenti di giurisprudenza nonché gli operatori del diritto sul tema della recente riforma dell’accesso alla professione legale. Sarà un’occasione per discutere, al fine di elaborare proposte alternative, sul futuro che ci riguarda. Confesso che si tratta di un esperimento: mai è stata fatta un’assemblea di questo tipo. Per la prima volta i praticanti legali avranno l’occasione di far sentire la propria voce, di confrontarsi, di dibattere insomma di “fare squadra”. Sarà un’assemblea libera, dove tutti possono intervenire e non ci saranno relatori prestabiliti. Abbiamo invitato numerosi parlamentari italiani, professori universitari che potranno arricchire il dibattito offrendo diversi spunti di riflessione. Mi consenta di ringraziare i volontari dell’associazione SOS Diritti e Legalità che, con il loro impagabile lavoro, hanno reso possibile tutto ciò.
2) Come è la situazione odierna per i praticanti legali?
Un giovane laureato in giurisprudenza deve “obbligatoriamente” svolgere la pratica legale della durata di 18 mesi sotto la supervisione di un avvocato detto “dominus”. Nella struttura di tanti studi legali, il praticante è un elemento di sussistenza economica: senza di lui si dovrebbero assumere delle segretarie e personale d’amministrazione. Dopo il primo anno si può conseguire la cosiddetta “abilitazione” che consente di patrocinare cause giudiziarie di modico valore. La stragrande maggioranza di noi non viene retribuito (nemmeno a titolo di rimborso spese). Per come la vedo io, non deve esistere un lavoro non pagato. Come si può concepire che un giovane che ha studiato cinque anni all’Università non sia pagato? Come si può accettare questa regressione, per cui, giunti al culmine del percorso degli studi si rimane a zero? Come può un giovane dottore permettersi di vivere, lavorare, e formarsi senza avere una anche minima fonte di sostentamento? La verità è che solo chi ha alle spalle una famiglia, che ormai rappresenta l’unico ammortizzatore sociale in Italia, può permettersi di sacrificare due anni per raggiungere l’obiettivo di diventare avvocato. In verità gli anni effettivi di tale pratica, poi, sono superiori a due, se si pensa al tempo necessario per crearsi una propria clientela e, soprattutto, a quello intercorrente fra le prove scritte e le prove orali dell’esame di stato.
3) Ma uno studio legale che insegna un mestiere perché dovrebbe farlo a titolo oneroso?
Smettiamola di confondere i ruoli. Per insegnare c’è la scuola, che sia l’università o gli istituti di formazione professionali. Negli studi legali ci può essere un momento formativo, ma che deve andare di pari passo con quello lavorativo.
4) Come si svolge l’esame per accedere all’albo degli avvocati?
L’esame, istituito con decreto regio del 1934, inizia a dicembre e consiste in tre prove scritte della durata di 7 ore ciascuna (un parere di diritto civile, uno di penale, e la redazione di un atto giudiziario). I risultati si conosceranno solo a Luglio (ovvero sette mesi dopo). I candidati che prenderanno una valutazione sufficiente agli scritti (statisticamente il 15/20% di essi) potranno sostenere anche la prova orale verso ottobre (ovvero dieci mesi dopo) e solo dopo sperare nell’ottenimento del titolo. Gli elaborati verranno valutati da una commissione composta da persone che sono già avvocati. Non vanno dimenticati i costi dell’esame di Stato in Italia. A titolo di esempio: Corso di preparazione (dai 1.000 ai 3.000 €), Codici annotati (dai 400 ai 700 €), Manuali per la prova orale ( circa 250 €) e tasse d’esame e marche da bollo (circa 150 €). Per non parlare, infine, del nuovo Esame di Stato in vigore dal 2015 che, addirittura, si svolgerà senza l’ausilio dei codici commentati.
5) Praticamente una difficoltà pari alla prova per diventare magistrati…
Si, con la differenza, non di poco conto che il superamento di quest’ultima equivale in pratica ad un’assunzione, ad uno stipendio e all’inizio di una carriera mentre chi supera la prova per la pratica forense ottiene solo una abilitazione indispensabile per poter lavorare, ovvero un diritto a lavorare.
6) Cosa ti aspetti dall’assemblea del 20 febbraio?
Che ci si renda consapevole che oggi una riforma per l’accesso alla professione forense per i praticanti avvocati appare necessaria ed urgente. L’avvocatura non può e non deve chiudersi in una “casta” professionale, ma deve essere libera e aperta anche per i nuovi laureati in giurisprudenza. Prima di tutto il biennio di pratica previsto dal nostro regolamento ha poco senso ed infatti in Europa siamo l’unico paese a doverlo svolgere. Sarebbe più giusto abolirli e fare come avviene per le altre professioni, ad esempio l’ingegnere o l’architetto, che sostengono l’esame di stato subito dopo avere conseguito la laurea. Se questa abolizione del biennio non fosse- per varie ragioni – possibile, allora sarebbe equo adottare misure alternative che permettano il conseguimento d’ufficio dell’abilitazione ad Avvocato a chi risulti in possesso del prescritto certificato di compiuta pratica biennale, rilasciato dalle competenti corti d’appello. Così finalmente cesserebbe di esistere questo “esame di stato”, che esige un apparato organizzativo complesso ed inutilmente dispendioso per lo Stato. Un sistema che ormai serve soltanto a giustificare l’indecente realtà che è davanti agli occhi di tutti, ma che molti fanno finta di ignorare. Questo sistema svilisce e contrasta con la qualifica di “libero professionista”, qual è appunto quella dell’ avvocato, e che di per sè non tollera alcuna limitazione di esclusivo carattere corporativo. In conclusione chiediamo che lo svolgimento del previsto esame di avvocato venga svolto subito dopo la laurea o in alternativa, la sua abolizione.
7) Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che gli avvocati, già tanti in Italia, sarebbero ancora di più…
E’ una visione miope della società. Non comprendo come il numero alto di avvocati possa danneggiare la collettività. Il vero ed unico sbarramento alla professione legale è determinata dal “mercato”. Per dirla breve: non sarà un esame di questa complessità, e con criteri soggettivi di correzione, a stabilire la bravura ed affidabilità di un avvocato. Va data a tutti la possibilità, dopo un percorso di studi difficile, di esercitare la professione che hanno sempre sognato. Sarà la vita, i successi, i guadagni, la propensione alle pubbliche relazioni e tanti altri fattori ha procedere ad una selezione “naturale” degli avvocati.
8) Insomma il tuo impegno non si è fermato alle primarie del centrosinistra per il Sindaco di Roma di meno di un anno fa?
“La politica è la passione della mia vita”, e ho dedicato all´impegno politico quelli che un noto cantautore italiano chiama “I migliori anni della vita”, grazie all´entusiasmo, alla fiducia ed al sostegno di molte persone. La mia candidatura alle primarie rimane un’esperienza straordinaria di grande crescita ed arricchimento. La sfida era quella di mettere al centro del dibattito politico alcuni temi ormai dimenticati. E in parte ci siamo riusciti. Si può e si deve continuare a battersi per le proprie idee anche fuori dal “palazzo”. Ecco perché fin da subito abbiamo ripreso le attività della nostra associazione SOS Diritti e Legalità, e l’assemblea del 20 febbraio, vuole rappresentare uno dei tanti esempi in cui le cose possono cambiare solo attraverso percorsi collettivi di confronto e di proposta. Questa è la nostra ambizione, e sono sicuro che non ci perderemo.

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