Da un lato c’è lo spreco incontrollabile di soldi pubblici. Dall’altro una sterminata nomenclatura che per conservarsi rappresenta il vero insormontabile ostacolo a qualsiasi innovazione nel campo della politica e della amministrazione.
Ora che il bubbone dei soldi pubblici elargiti dallo Stato ai partiti in quantitá scandalosa e senza alcun controllo è finalmente scoppiato, due sono i pericoli da evitare.
Il primo: che assieme all’acqua sporca sia buttato via il bambino. E’ del tutto evidente come all’indignazione popolare si accompagni una grossissima campagna di stampa per indebolire non solo questi partiti (che lo meritano ampiamente) ma lo stesso concetto di democrazia fondata sui partiti. Il solito diluvio di intercettazioni, sui soliti giornali, dei soliti padroni, passate contra legem dalle solite procure.
Orbene, che su questi partiti difficilmente si possa fondare quel risanamento politico, morale ed economico di cui l’Italia ha bisogno è ampiamente dimostrato. Ma che questo debba necessariamente portare ad abolire la stessa democrazia rappresentativa, parlamentare o presidenziale, basata in ogni caso sul caposaldo della sovranitá popolare, non è affatto condivisibile. Questi partiti si autorigenerino o vadano pure al macero. Ma è inaccettabile istituzionalizzare ció che è avvenuto con il governo Monti e che si era detto essere un accidente unico ed eccezionale. La democrazia non dovrá lasciare il posto né al governo della finanza né ad alcun altro soggetto non investito di rappresentanza popolare.
Il secondo pericolo da evitare è speculare al primo. Tutti vedono come i partiti
responsabili del disastro degli ultimi venti anni stiano assumendo le sembianze cangianti del camaleonte. Si dicono disposti a modificare la legge elettorale e persino, bontá loro, alcune regole che li riguardano: forse anche il finanziamento. È il classico cicaleccio inconcludente perché, in qualche modo, deve passare la nottata.
Ma, per quanto sia amaro ammetterlo, la montagna di soldi fagocitati dai partiti è solo una parte del problema e nemmeno la piú importante. Non esistono statistiche affidabili sul numero di persone che vivono grazie alla politica e di quelle che comunque ricoprono incarichi. Ma abbiamo in Italia 8100 comuni, oltre 100 province, venti regioni, una caterva di consigli circoscrizionali: solo tra assessori e consiglieri di questi enti direttamente elettivi si arriva tranquillamente a superare le 200 mila persone. Ci vogliamo aggiungere aziende, enti, consigli di amministrazione, segretari, sottopancia e compagnia cantando? Qualcuno ha ipotizzato un milione e mezzo di persone che vivono di politica. Noi pensiamo che siano molte meno e che, comunque, non tutti coloro che si occupano di politica ne facciano il loro sostentamento. Ma si tratta comunque di una elefantiasi che comporta due conseguenze, una peggiore dell’altra. Da un lato c’è lo spreco incontrollabile di soldi pubblici, fosse solo per il semplice funzionamento di questi apparati. Dall’altro questa sterminata nomenclatura con il proprio istinto di autoconservazione, rappresenta il vero insormontabile ostacolo a qualsiasi innovazione nel campo della politica e della amministrazione.
Dunque, eliminare gli sprechi del finanziamento ai partiti servirá a poco se non si affronta anche questo secondo aspetto del problema che è, per giunta, il piú difficile. Lo andiamo ripetendo da tempo: è quí che deve calare la mannaia. E, purtroppo, non pare che ce ne sia consapevolezza. Le riforme costituzionali ed istituzionali serviranno a niente se non si procederá contemporaneamente ad uno spietato snellimento della pubblica amministrazione, anche nel nome di una concezione meno invasiva dello Stato.
Ne ricaveremmo grandi benefici non solo nel rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini e nella limitazione delle spese. Ma anche nel rinnovamento della politica che, depurata degli apparati che la soffocano, potrá resuscitare, tornare al nobile ruolo di interpretare e risolvere i problemi della societá e continuamente rigenerarsi.

Che serva una riforma costituzionale quando l’attuale Costituzione risulta inattuata pienamente ,sorvolata e manipolata (anche da chi “manifesta” sventolando spudoratamente il libretto che -ricordiamo- non è rosso) , mi sembra una affermazione molto discutibile.
Ma dubito che siamo ad una svolta ,purtroppo ,caro amico Mercanzin. Il fatto che si iscrivano subito a partecipare esponenti di quella Casta che ( come la Mafia ) non esiste ,la dice lunga sulle intenzioni di costoro …non ricostruire ,ma rivalutarsi cone titolare di partito .Mi ricorda il comportamento di Gianfranco Fini,magari sentiremo dire che la Casta è il male assoluto… !
Quei quattro gatti che si troveranno all’Adriatico, hanno l’obbligi di continuare ad impegnarsi. Perché questa volta non è come le altre: Siamo veramente ad una svolta. Non so se saranno socialisti, repubblicani, liberali o altro. So che devono avere un obiettivo comune: RICOSTRUIRE L’IDENTITA’ LAICA DI QUESTO STATO, DEPAUPERATO DI TUTTAL LA SUA DIGNITA’.