E’ tempo di sperimentare anche in Italia, questo strumento della democrazia economica.

E allora è tempo di sperimentare, finalmente, anche in Italia uno degli strumenti della democrazia economica, tematica che in verità sembra essere stata rimossa dall’iniziativa sindacale, quello dell’azionariato dei lavoratori.
Si tratta di una forma di partecipazione dei lavoratori alle vicende dell’impresa e, in particolare, ai risultati economici sia nella ipotesi della partecipazione agli utili, legando una parte della retribuzione alle performance aziendali secondo il modello del profit sharing su cui esiste una vasta letteratura economica (con proposte innovative come quelle di Martin Weitzmann e del Premio Nobel James Meade); sia con i piani di azionariato, secondo il modello ESOP diffuso prima negli Stati Uniti e poi in Gran Bretagna.
L’Unione europea guarda con favore a tale strumentazione, avendo emanato una Raccomandazione del Consiglio, la n.92/443, in materia di “partecipazione dei lavoratori all’economia delle imprese”, con un particolare interesse verso l’azionariato dei dipendenti allo scopo di far sviluppare “accanto al processo di integrazione economica, la dimensione sociale del mercato europeo”.
Più complessa, dal punto di vista giuridico, la situazione nel nostro Paese. Nel nostro ordinamento la Costituzione pur non prevedendolo non esclude la possibilità dell’azionariato dei lavoratori, che potrebbe essere ricondotta ai profili attuativi dell’articolo 46 in materia di partecipazione dei lavoratori nelle imprese.
Il codice civile poi, prevede due ipotesi in materia. La prima derivante dall’art. 2349, che disciplina la fattispecie dell’assegnazione gratuita da parte di una società per azioni di azioni ai singoli dipendenti; la seconda, prevista dall’art. 2441, relativa all’offerta aziendale di azioni di nuova emissione ai propri lavoratori. E sempre nel quadro civilistico, relativo alla partecipazione dei lavoratori al rischio d’impresa, è opportuno richiamare il disposto dell’art. 2099, terzo comma, che prevede forme retributiva collegate agli utili aziendali.
Esistono dunque, riferimenti normativi, comunitari e nazionali, per introdurre anche in Italia l’istituto dell’azionariato dei dipendenti, ma, come sempre in questioni economiche e sociali complesse come questa, il tema è politico prima ancora che legale, atteso che tutte le legislature dal 1948 sono state segnate anche per la presentazione di disegni di legge su tale materia.
L’azionariato dei lavoratori si è storicamente scontrato con l’opposizione di vasti settori del mondo imprenditoriale, che lo ritengono una sorta di “cavallo di Troia” per attribuire ai dipendenti poteri di controllo e di gestione nelle aziende e della sinistra legata all’ideologia della lotta di classe, con la diffidenza della Cgil e il sostanziale disinteresse della stessa cultura riformista italiana. Uniche eccezioni nel panorama sindacale le posizioni favorevoli della Cisl, per l’ispirazione alla dottrina sociale della Chiesa sviluppatasi a partire dall’Enciclica “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII, e della Uil, con l’influsso del pensiero mazziniano e repubblicano sintetizzato nel motto “capitale e lavoro nelle stesse mani” nonché del socialismo liberale di Carlo Rosselli.
Considerato lo scenario sindacale e imprenditoriale è possibile che, ancora una volta, il tema dell’azionariato dei lavoratori rimanga materia per gli studi accademici.
Ma i socialisti, che a livello europeo hanno da sempre sostenuto tale strumento, potrebbero nel Parlamento italiano rilanciare l’iniziativa, per dare concreti approdi alla partecipazione dei lavoratori.

Lascia un commento