
La presidente Meloni fa molta propaganda e si attribuisce il merito dei dati sull’occupazione come fossero un trionfo personale ma gli italiani che devono pagare le bollette e la spesa si chiedono quanto rimanga dello stipendio e quale vita possano permettersi, dopo avere dedicato al lavoro buona parte delle proprie giornate.
È questa distanza tra la narrazione del governo e l’esperienza quotidiana delle persone che il Rapporto Coop 2026 ci aiuta a comprendere: rispetto al 2019 gli occupati sono un milione in più e, tra il 2019 e il 2025, le ore lavorate sono aumentate mediamente di 35 all’anno, mentre il rapporto segnala guadagni ancora inferiori a quelli di vent’anni fa.
Nell’indagine effettuata per arrivare al rapporto, il 56% dei lavoratori si dichiara insoddisfatto della retribuzione e il 62% degli intervistati afferma di avere ridotto la convivialità fuori casa.
Sebbene queste risposte vadano distinte dalle statistiche economiche, restituiscono una sofferenza che chi governa dovrebbe ascoltare, prima di convocare l’ennesima celebrazione dei propri successi.
L’aumento dell’occupazione è certamente positivo, anche se siamo ancora al di sotto della media europea, ma diventa un argomento strumentale quando lo si utilizza per eludere la domanda decisiva: se chi lavora riesca a vivere dignitosamente, a costruire un futuro e a disporre di un po’ di tempo e di denaro per sé e la sua famiglia. Infatti una politica che si limita a contare gli occupati senza interrogarsi sulle loro condizioni mostra di essere interessata a tutelare il capitale invece dei lavoratori.
Non sarebbe serio attribuire a Meloni vent’anni di impoverimento, le cui responsabilità attraversano stagioni politiche diverse e riguardano anche il centrosinistra, però è doveroso contestare che, mentre quella sofferenza continua e si aggrava, la destra pretende addirittura di parlare di successo, evitando di affrontare la questione salariale e comportandosi come se il suo compito fosse di convincere gli italiani che stanno meglio di quanto stiano realmente.
Per questo ritengo che nel programma delle forze progressiste, oltre al salario minimo, sia necessario affermare l’obiettivo di aumenti salariali che recuperino il potere d’acquisto.
Gli aumenti salariali richiedono innanzitutto rinnovi contrattuali e una contrattazione più forte che il governo può sostenere ma anche interventi sul regime fiscale per diminuirne il carico sul lavoro dipendente.
Quanto alle risorse, penso che sia giusto chiederle a chi concentra grandi ricchezze, attraverso un contributo sugli extraprofitti delle banche e delle imprese energetiche e una patrimoniale progressiva sui grandi patrimoni, che protegga la prima casa fino a un milione di euro.
Se vogliamo che chi lavora possa vivere meglio, dobbiamo avere il coraggio di redistribuire la ricchezza, chiedendo un contributo maggiore a chi può sostenerlo e restituendo reddito, servizi e sicurezza a chi ne ha bisogno.
Enrico Rossi

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