
Il debito pubblico italiano è aumentato a 3.139,9 miliardi di euro nel mese di febbraio, registrando una crescita di 27,3 miliardi rispetto al mese precedente. Questa rilevazione la troviamo sul report mensile di Bankitalia su “Finanza pubblica: fabbisogno e debito”.
L’Istituto di Palazzo Koch spiega: “L’incremento è il risultato di un fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche pari a 14,2 miliardi, della crescita delle disponibilità liquide del Tesoro di 12,9 miliardi, a 74,8, oltre dell’effetto degli scarti e premi all’emissione e al rimborso dei titoli di Stato, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio per 200 milioni.
In particolare, con riferimento alla ripartizione per sotto settori, l’aumento del debito è imputabile a quello delle Amministrazioni centrali per 26,9 miliardi di euro ed, in misura minore, a quello delle Amministrazioni locali per un importo di 400 milioni; il debito degli Enti di previdenza invece è rimasto pressoché invariato.
La vita media residua è rimasta stabile a 7,9 anni. La quota del debito detenuto dalla Banca d’Italia ha continuato a diminuire, collocandosi al 18% dal 18,3% del mese precedente. A gennaio, ultimo mese per cui questo dato è disponibile, la quota detenuta dagli investitori esteri è leggermente aumentata al 34,9% dal 34,3%, mentre quella detenuta dai residenti, in particolare famiglie e imprese non finanziarie, è diminuita al 14,3% dal 14,5% del mese precedente.
Nel complesso dei primi due mesi del 2026 le entrate tributarie del bilancio dello Stato sono state pari a 90,2 miliardi, sostanzialmente in linea (+0,2%) con quelle osservate nello stesso periodo dell’anno scorso.
I dati, leggermente rivisti rispetto alle serie precedenti in seguito alla notifica inviata il 31 marzo alla Commissione europea nell’ambito della procedura per i disavanzi eccessivi, confermano un quadro di finanza pubblica ancora sotto pressione, con il debito che continua a muoversi su livelli elevati e fortemente sensibili alla dinamica del fabbisogno e alla gestione della liquidità del Tesoro.
Gli interventi del governo contro il caro energia con il taglio delle accise e un piano per ridurre i consumi, e una maggiore spesa pubblica per sostenere l’economia, contribuiscono ad aumentare il debito pubblico. Ma, tra misure temporanee, tagli alla spesa e rischio recessione, la strategia del governo resta in equilibrio precario.
La prima linea di intervento scelta dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è quella già sperimentata in passato: ridurre temporaneamente le accise su benzina e gasolio per contenere l’aumento dei prezzi alla pompa. Una scelta che punta a ridurre il prezzo alla pompa e a dare sollievo immediato a famiglie e imprese.
Il piano del governo si muove ora lungo due direttrici parallele, che però faticano a trovare un punto di equilibrio: da un lato il tentativo di contenere nell’immediato l’impatto dei rincari, dall’altro la necessità (sempre più evidente) di prepararsi a una fase di scarsità destinata a durare ancora molto.
Il secondo livello, meno visibile ma decisivo, riguarda il modo in cui queste misure vengono finanziate. Tagliare le accise significa rinunciare a entrate fiscali e quindi trovare altrove le risorse per compensare. Nel caso italiano, questo equilibrio è stato costruito attraverso una redistribuzione interna della spesa pubblica, con riduzioni che hanno coinvolto diversi ministeri, inclusa la sanità. È qui che il provvedimento mostra la sua natura più profonda: il sollievo immediato sul prezzo dei carburanti viene pagato attraverso una compressione di risorse destinate a settori strutturali. Si crea così un meccanismo a doppio livello: da una parte il beneficio visibile per cittadini e imprese, dall’altra un costo più nascosto che incide sul bilancio pubblico e sulla capacità di spesa futura dello Stato. Un equilibrio che regge nel breve periodo, ma che diventa sempre più difficile da sostenere se la crisi si prolunga.
La Banca d’Italia elabora, sulla base delle regole statistiche fissate in ambito europeo, il debito delle Amministrazioni pubbliche (cosiddetto “debito di Maastricht”).
L’aggregato è calcolato in coerenza con la definizione adottata ai fini della Procedura per i disavanzi eccessivi dell’Unione europea (Regolamento del Consiglio delle Comunità Europee n. 479/2009), sommando le passività finanziarie del settore afferenti alle seguenti categorie: monete e depositi, titoli diversi dalle azioni, prestiti; le passività finanziarie sono valutate al valore facciale. Il debito è inoltre consolidato ossia esclude le passività che costituiscono attività, nei medesimi strumenti, di enti appartenenti alle Amministrazioni pubbliche.
L’elenco delle unità istituzionali appartenenti al settore delle Amministrazioni Pubbliche è compilato dall’Istat e aggiornato annualmente.
Se la Banca d’Italia fa il suo dovere, il governo manifesta carenze e difficoltà nel soddisfare le esigenze dei cittadini penalizzando sanità, scuola, ricerca, cultura, sicurezza nei trasporti, formazione, tutela e salvaguardia del territorio. Invece, il governo privilegia le spese di rappresentanza e quelle militari oltre agli impegni per inutili infrastrutture come il ponte sullo Stretto di Messina.
Salvatore Rondello
(da “Avanti Online”)

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