
Enrique Tarrio, ex leader del gruppo di estrema destra americano Proud Boys, è stato condannato a 22 anni di carcere per il suo ruolo nell’assalto a Capitol Hill. Si tratta della condanna più pesante mai comminata finora per i fatti del 6 gennaio 2021, quando una folla di sostenitori dell’ex presidente Donald Trump fece irruzione nel Congresso degli Stati Uniti. La pena è direttamente proporzionale al ruolo svolto da Tarrio che, secondo di giudici, fu “l’ideatore” e il leader nella pianificazione dell’attacco che all’indomani dell’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca scioccò l’America e il mondo. “Quanto accaduto quel giorno ha danneggiato un’importante consuetudine americana che aiuta a sostenere lo stato di diritto e la Costituzione. Quel giorno ha infranto una tradizione precedentemente ininterrotta di trasferimento pacifico del potere”, ha detto il giudice Timothy Kelly. Tarrio, che non era a Washington durante l’assalto al Campidoglio, è stato condannato a maggio per diversi capi di imputazione, tra cui cospirazione sediziosa. “Dovrò convivere con quella vergogna per il resto della mia vita”, ha detto Tarrio, affermandodi vergognarsi moltissimo e di essere spiacente per aver “causato dolore e sofferenza”. Il pronunciamento arriva dopo quelli ai danni di altri membri dei Proud Boys, anch’essi giudicati colpevoli dell’accusa di cospirazione sediziosa, e condannati a pene detentive dai 15 ai 18 anni. In totale finora più di 1106 persone sono state arrestate in tutti i 50 stati americani per coinvolgimento nell’assalto a Capitol Hill.

Trump, mandante morale?
Gli eventi del 6 gennaio 2021 sono indissolubilmente legati alle vicende giudiziarie di un peso massimo della politica americana: Donald Trump. L’ex presidente è ritenuto da molti il ‘mandante morale’ dell’assalto a Capitol Hill, dopo che negli interventi pubblici e comizi post-voto aveva più volte contestato la vittoria dello sfidante Joe Biden e vagheggiato di presunti brogli – mai provati – nelle operazioni di voto. Al riguardo, come per le pressioni indebite esercitate su funzionari statali della Georgia, il tycoon è oggetto di diversi procedimenti giudiziari federali e statali. L’esito di tali inchieste non solo ristabilirà la verità storica sui fatti ma potrebbe avere un impatto sulla futura corsa per le primarie repubblicane a cui Trump è candidato. Ma c’è di più: sulla base delle prossime sentenze, la Corte Suprema degli Stati Uniti potrebbe essere chiamata a pronunciarsi sull’idoneità dell’ex presidente a ricandidarsi nel 2024. Secondo diversi giuristi, la terza clausola del 14esimo emendamento della Costituzione – che impedisce a chiunque sia stato coinvolto in un’insurrezione o una cospirazione contro gli Stati Uniti di ricoprire una carica federale – squalificherebbe il tycoon. Tuttavia, non tutti convengono sul fatto che “la clausola dell’insurrezione”, come è stata ribattezzata, possa essere impiegata nei confronti dell’ex presidente. Inoltre, la norma non è mai stata applicata e non è chiaro quale sarebbe l’esatto meccanismo per farlo.
Una nuova, pericolosa, bugia?
Non deve sorprendere perciò che dopo la ‘Big Lie’, la grande bugia delle elezioni ‘rubate’ da Joe Biden e dai democratici nel 2020, ultimamente l’ex presidente stia dedicando molto spazio alla diffusione di una nuova ‘grande bugia’, non meno pericolosa della prima. La menzogna in questione è che giudici, pubblici ministeri, testimoni e giurie corrotte e pagate dagli avversari lo stiano perseguitando sul piano giudiziario per impedirgli di essere rieletto. Esattamente come due anni fa aveva instillato nei suoi sostenitori il dubbio che il processo elettorale fosse “truccato”, oggi Trump sta minando la fiducia del pubblico americano nel sistema giudiziario, a sua detta fazioso e prezzolato. Ancora una volta attaccando il procuratore speciale Jack Smith che sta indagando sul suo ruolo nell’assalto a Capitol Hill e nel tentativo di ribaltare il risultato del voto del 2020 in alcuni stati, Trump lo ha definito “uno squilibrato” che “ha manomesso, cancellato e distrutto documenti, immagini, nastri altamente riservati e classificati, perché queste prove distruggono il suo caso!”. Immediata la replica di Smith che ha ripreso l’imputato, avvertendo che le sue dichiarazioni “quotidiane” rischiano di influenzare la giuria.
Sarà di nuovo Trump-Biden?
Nonostante i suoi problemi legali sembrino aggravarsi di giorno in giorno, l’ex presidente continua a salire negli indici di gradimento. Secondo un nuovo sondaggio della CNN Trump è in netto vantaggio nella corsa per la nominationrepubblicana: con il 52% delle preferenze nelle intenzioni di voto tra i repubblicani e gli indipendenti di tendenza repubblicana, l’ex presidente ha più sostegno di tutti gli altri candidati repubblicani messi insieme. Il sondaggio evidenzia anche che la maggioranza dell’elettorato repubblicano alle primarie è convinta che le accuse contro di lui non siano rilevanti ai fini elettorali. Se dovesse ottenere la nomination alle elezioni del 2024, quella tra Trump e Biden – secondo le previsioni – sarebbe una corsa serrata. Entrambi si attestano intorno al 46% delle preferenze degli elettori, ma per il 73% degli americani, democratici compresi, l’80enne presidente in carica è troppo anziano per un secondo mandato. La questione dell’età avanzata riguarda buona parte della leadership politica statunitense – l’81enne leader dei repubblicani al Senato Mitch McConnell è stato protagonista di un breve momento di afasia la scorsa settimana – ma è tanto più grave se riguarda il commander-in-chief. Che piaccia o meno agli elettori, tuttavia, una riedizione della sfida Trump-Biden sembra ormai delinearsi all’orizzonte, aumentando le prospettive di una stagione elettorale burrascosa alle porte.
Il commento
di Mario Del Pero, ISPI e Sciences PO
“Fioccano condanne pesantissime per chi partecipò all’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Condanne – come l’ultima di 22 anni al leader dei “Proud Boys”, Enrique Tarrio – a figure di un suprematismo bianco che costituì, di fatto, la milizia di Donald Trump e il cui attivismo violento e squadrista trovò una condizione ideale per essere dispiegato nell’America polarizzata e conflittuale del Covid, delle tensioni razziali, dell’aspra campagna elettorale del 2020 e di quel che ne seguì. Tarrio e altri hanno ricevuto pene severe per reati gravissimi che in forme diverse rimandano tutti al tentativo di ostruire il processo democratico: alla fase culminante dell’eversione successiva alla vittoria di Biden tre anni fa. Se la giustizia fa il suo corso, non altrettanto si può però dire della politica. E mentre Tarrio e centinaia di altri finiscono in prigione, chi ne sollecitò e legittimò l’azione potrebbe addirittura essere eletto Presidente una seconda volta”.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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