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Art.18, l’harakiri annunciato dell’opposizione

di Alberto Benzoni | 9 Aprile 2012

C’è da sperare che gli attori oggi sulla scena non credano veramente a quello che vanno dicendo. Perché, se così fosse, la rappresentazione si chiuderebbe con una vera e propria catastrofe politica. Per il Pd. Per i sindacati. E per la sinistra in generale.

Supponiamo per un attimo che i protagonisti dell’attuale contesa- Pd, Pdl, governo, sindacati- siano, come Bruto, “uomini d’onore” e cioè che credano veramente a quello che vanno dicendo in questi giorni a proposito dell’art.18.
E cioè: che l’art.18 è l’unico punto degno di essere dibattuto nel dispositivo della riforma del mercato del lavoro e che, in particolare, materia non negoziabile, per diverse e opposte ragioni, sia la scelta sul reintegro dei licenziati per ragioni economiche, vista, da una parte come il via libera a licenziamenti di massa e dall’altra come spauracchio che blocca crescita e investimenti. E supponiamo, ancora, che la loro condotta politica sia conforme a questo aut-aut drammatico e senza punti di mediazione. Se così fosse, dovremmo essere spettatori impotenti, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi di uno scontro assai duro in parlamento e nel paese.
Così il progetto dovrebbe passare per una sorta di Vietnam parlamentare, con annessi ostruzionismi e appelli alla Costituzione o alla libertà d’impresa. A fronte di questo il ritorno dei vecchi riti di piazza: scioperi generali con annesse manifestazioni oceaniche; contestazioni più o meno mirate con slogan più o meno personalizzati e truculenti; opposti appelli, beninteso in nome dei superiori interessi del paese, al Popolo delle Libertà; e, in mezzo, tanto per non farci mancare nulla, il consueto tam tam dei salotti e delle piazze più o meno pulite, all’insegna del catastrofismo da salotto. Da una parte i vecchi e nuovi fan di Marchionne e dall’altra quelli della Fiom.
Insomma un più o meno riuscito “remake”. Con la partecipazione emotiva dei tifosi di ogni ordine e grado, ma anche con il disgusto crescente di molti altri.
Ma non importa poi tanto discutere di questo quanto interessa invece capire quale sarà la conclusione logica della rappresentazione cui stiamo assistendo.
E qui c’è da sperare che gli attori oggi sulla scena non credano veramente a quello che vanno dicendo. Perché, se così fosse, la rappresentazione si chiuderebbe con una vera e propria catastrofe politica. Per il Pd. Per i sindacati. E per la sinistra in generale.
Cosa avremmo, infatti, se il dibattito parlamentare sulla riforma del mercato del lavoro lasciasse tutto e tutti nella situazione attuale ? Avremmo, da una parte, la fine dello schieramento che sostiene il governo Monti e conseguentemente dell’esperienza del governo tecnico e, contestualmente, il formarsi di uno schieramento di centro-centro destra che andrebbe dal Pdl ad una parte dello stesso Pd e, a fronte di questo, la parte maggioritaria dello stesso Pd, associata alla Sel ma anche, oggettivamente, su posizioni non dissimili da quelle dell’Idv e della Lega.
Avendo così regalato Monti alla destra, l’esito delle elezioni anticipate, trasformate a questo punto in un referendum, potrebbe considerarsi scontato. E non sarebbe certo favorevole alla sinistra. Insomma harakiri.
Naturalmente, i maneggioni/esperti della politica politicante ci invitano a non preoccuparci. “Quella cui state assistendo”, ci sussurrano all’orecchio, “è pura ammuina. “Oggi”, aggiungono, “Pd e Pdl hanno bisogno di fare la faccia feroce per rinfrescare la loro immagine e mantenere un minimo do controllo sul loro schieramento. Lasciate che passino le amministrative e tutto tornerà alla normalità. Dopo tutto”, concludono, “Pd e Pdl sono riusciti a partorire un progetto di riforma elettorale d’amore e d’accordo; e, nella stessa logica, raggiungeranno un’intesa sull’art.18”.
Tutto ciò ci rassicura sino ad un certo punto. Perché, a differenza dal Tonino nazionale, conosciamo benissimo la differenza tra inciucio e intesa; il primo (quello appunto sulla riforma elettorale) è un accordo sotto banco per spartirsi qualcosa a danno di qualcun altro; la seconda (quella sulla riforma del mercato del lavoro) è un compromesso fatto alla luce del sole, assumendosi le proprie responsabilità.
Ora, per raggiunger un compromesso, ci vuole qualcuno che lo proponga. E questo qualcuno non può essere il Pdl, che ha anzi tutto l’interesse, oggi e in prospettiva, a mantenere una posizione rigida.
E allora, l’onere dell’iniziativa politica spetta tutto al Pd. E, se fossimo al suo posto, ci muoveremmo in due direzioni. La prima, fondamentale, sarebbe quella di disintossicare l’ambiente. L’art.18 non è il tema centrale di una auspicabile riforma del mercato del lavoro. La riforma del mercato del lavoro è solo uno dei temi in discussione nell’attuale fase politica (altrettanto se non più importanti, la legge anticorruzione e la “spending review”).
La seconda è di prendere sul serio l’opportunità del dibattito parlamentare sulla riforma del mercato del lavoro distinguendo tra quello che si può ottenere da ciò che, invece, non è alla nostra portata.
E, allora, dovremmo sapere che non c’è, qui ed oggi, una maggioranza sull’ipotesi di reintegro nel caso di licenziamento economico mentre possono e debbono essere soggetto a verifica le motivazioni che spingono l’imprenditore a licenziare e, opportunamente valorizzate, le modifiche positive che nel disegno di legge ci sono.

Pubblicato in : Editoriale

Info Alberto Benzoni

Nato nel 1935. Ha lavorato all’ufficio Studi e Internazionale dell’Iri. Nel Psi dal 1957. Vice sindaco di Roma dal 1976 al 1981. Autore di testi sulla storia del movimento socialista in Italia e, in particolare, sull’esperienza craxiana. Ha scritto anche, con la figlia Elisa, “Attentato e rappresaglia – il Pci e via Rasella” e “Le vie dell’Italia”. Si è interessato collaborando a varie riviste, di problemi di politica internazionale.

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