
di Eleonora Tafuro Ambrosetti*
Le elezioni in Armenia sono appuntamenti politici da sempre osservati con grande attenzione perché, pur in un contesto istituzionale imperfetto e segnato da forti asimmetrie di potere, hanno spesso mantenuto un livello di competizione reale. Nel 2026, però, la posta in gioco è più alta del solito: non si tratta soltanto di stabilire chi governerà il paese, ma di capire quale direzione prenderà l’Armenia nei prossimi anni.
Il voto è stato descritto da stampa ed analisti come il più “geopolitico” nella storia dell’Armenia. Questa definizione non è esagerata: la campagna si svolge mentre il governo di Nikol Pashinyan cerca di consolidare una strategia di diversificazione esterna che punta ad avvicinare il paese all’Unione europea (fino addirittura a ipotizzare un irrealistico processo di adesione), senza però uscire dalle architetture regionali che continuano a legarlo alla Russia. Eppure, descriverla come una scelta tra Occidente e Russia, come avvenuto in diversi organi di stampa europei e americani, non rispecchia la realtà molto più complessa, fatta di questioni economiche, di politica interna ed estera e, in ultima analisi, di un processo di ridefinizione dell’identità nazionale dopo la perdita del Nagorno-Karabakh.
La posta interna
Sul piano interno, il quadro resta complesso. Il partito di governo, Civil Contract, gode dei vantaggi del mandato e del sostegno esplicito di vari leader europei, tra cui il francese Emmanuel Macron, e del presidente statunitense Donald Trump. Gli ultimi sondaggi danno il partito dell’attuale premier largamente in vantaggio. Tuttavia, Pashinyan affronta anche un forte carico di contestazione: è accusato dall’opposizione di aver accentuato una deriva illiberale, di avere concentrato troppo potere nelle mani dell’esecutivo e di aver gestito in modo divisivo il rapporto con la Chiesa apostolica armena, un attore ancora politicamente e simbolicamente rilevante. Diverse analisi sottolineano che la qualità della democrazia armena è oggi messa alla prova da polarizzazione, personalizzazione del potere e indebolimento delle istituzioni di mediazione.
Un altro dossier centrale riguarda i rifugiati del Nagorno-Karabakh, regione rientrata sotto pieno controllo di Baku manu militari nel 2023. Dopo l’esodo dei circa 100.000 armeni del Karabakh (Artsakh per gli armeni) indotto dall’operazione militare azerbaigiana, la società armena ha dovuto assorbire un trauma politico e umano enorme, che continua a pesare sul dibattito pubblico e sulla legittimità del governo. Questo tema è particolarmente sensibile perché si intreccia con la percezione di sconfitta nazionale, con la gestione della sicurezza e con la domanda di protezione sociale per migliaia di persone sfollate. In campagna elettorale, il rischio è che la questione venga usata per delegittimare il governo o per radicalizzare ulteriormente il discorso politico. Tuttavia, destano indignazione incidenti come quello in cui Pashinyan è esploso in un accesso d’ira durante un evento elettorale dopo essere stato contestato dall’attivista del Nagorno-Karabakh Arthur Osipyan, provocando una scena caotica, proteste e il successivo fermo dell’attivista da parte della polizia.
A tutto questo si aggiunge il tema delle interferenze esterne. Diversi report indicano che la Russia sta intensificando operazioni di disinformazione e influenza per indebolire il governo armeno e favorire forze più vicine a Mosca. Le operazioni di influenza non si limiterebbero alla propaganda e alle narrazioni ostili contro Pashinyan e contro il suo orientamento occidentale, ma includerebbero anche il finanziamento politico opaco, l’acquisto di voti e la pressione digitale.
La politica estera
L’espressione armena նստել երկու աթոռի վրա, “sedersi su due sedie”, descrive bene la logica di una politica estera multivettoriale, volta a mantenere relazioni utili con attori diversi, evitando di schierarsi in modo rigido. È una strategia tipica di molti Stati post-sovietici, che devono barcamenarsi tra vincoli geografici, dipendenze economiche e pressioni di sicurezza. Per anni l’Armenia ha applicato questa logica in modo relativamente equilibrato, pur restando percepita come uno degli alleati più vicini della Russia nel Caucaso meridionale.
Un esempio di tale “equilibrismo” è rappresentato dal Comprehensive & Enhanced Partnership Agreement between the European Union & Armenia (CEPA) del 2017. Nel 2013, l’allora presidente Serzh Sargsyan scelse di non firmare l’Association Agreement con l’UE e di aderire invece all’Unione economica eurasiatica – una situazione che, in Ucraina, aveva generato le proteste di Euromaidan. Successivamente, il CEPA fu salutato come un compromesso intelligente: non una rottura con Mosca, ma un modo per continuare il processo di avvicinamento normativo all’Europa senza entrare in collisione frontale con l’architettura regionale guidata dalla Russia. Per un periodo questa formula ha funzionato, perché lasciava aperta la porta europea e insieme preservava l’appartenenza armena agli schemi di integrazione euroasiatici.
Il problema è che il sistema si è incrinato dopo il 2020. La guerra nel Nagorno-Karabakh e il successivo indebolimento della fiducia nella protezione russa hanno modificato radicalmente l’immaginario politico armeno. La Russia non è più percepita come un garante affidabile, mentre l’UE e gli Stati Uniti vengono visti con aspettative crescenti. Qui nasce però il rischio delle aspettative irrealistiche: parlare di adesione UE può produrre consenso interno, ma anche frustrazione, soprattutto se Bruxelles al momento non offre un percorso credibile e politicamente sostenuto.
È per questo che alcuni commentatori hanno descritto la campagna come una scelta tra Est e Ovest. Ma questo framing è pericoloso, perché riduce un problema strategico complesso a una dicotomia rigida. In realtà, la sopravvivenza politica e la sicurezza dell’Armenia dipendono da una diversificazione più ampia e pragmatica, non da una sostituzione meccanica di un polo con un altro.
In questo senso, la pace rappresenta un’opportunità sul piano politico ed economico. Una normalizzazione con l’Azerbaigian, se accompagnata da garanzie credibili, ridurrebbe la pressione militare e aprirebbe spazi per la ripresa. La normalizzazione con la Turchia è altrettanto importante, perché abbatterebbe un altro storico limite al commercio regionale; un passo importante è stato compiuto a maggio scorso, quando Ankara ha revocato le restrizioni sul commercio di beni con l’Armenia, consentendo lo svolgimento degli scambi bilaterali senza che le merci debbano essere nuovamente registrate da un Paese terzo prima di attraversare il confine. Allo stesso tempo, l’Armenia dovrebbe continuare a intensificare i rapporti con partner come India, Stati Uniti e Francia, che possono offrire assistenza politica, militare ed economica senza imporre una scelta binaria tra blocchi.
Una via più stabile
Le elezioni del 2026, dunque, non dovrebbero essere lette come un referendum tra Russia e UE, ma come una verifica della capacità dell’Armenia di costruire una strategia estera più matura e meno dipendente da formule identitarie semplificate. La diversificazione e la normalizzazione delle relazioni con Azerbaigian e Turchia sono obiettivi fondamentali, che comportano però anche delle sfide per governo e popolazione. Ridurre queste sfide a una scelta di campo sarebbe l’ennesimo capitolo di una polarizzazione geopolitica che lascia poco spazio alla costruzione di un futuro stabile per il paese.
Eleonora Tafuro Ambrosetti
*Istituto Ispi

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