Nell’estate del 1945, a babbo morto, una mano anonima vergò sulla spalletta del lungotevere a Roma questa scritta: “Aridatece er Puzzone”. Si trattava, manco a dirlo, del cavaliere Benito Mussolini. Nel nostro piccolo non arriviamo a tanto. Ci accontenteremmo di una Camera dei fasci e delle corporazioni resuscitata. E mettiamo subito le mani avanti, a scanso di equivoci. Qui la nostalgia del fascismo c’entra, con rispetto parlando, come i cavoli a merenda. Il fatto è che grazie al combinato disposto della legge elettorale per la Camera, battezzato chissà perché “Italicum”, e della riforma costituzionale che ha come mamma Maria Elena Boschi (“oh bella, ciao”) e come padre l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano”, incoronato re Giorgio, non promette nulla di buono.
Il porcellum calderoliano è stato giudicato in parte illegittimo dalla Corte costituzionale. Ma la legge elettorale che lo ha sostituito se non è zuppa è pan bagnato. Come la Camera fascista, la Camera che sarà eletta presto o tardi non ne è che una copia riveduta e corretta. Fatto sta che nelle 100 circoscrizioni almeno 400 dei 630 membri saranno nominati da Sua Maestà la Partitocrazia, visto e considerato che i capilista dei vari partiti entreranno a Montecitorio automaticamente. E quasi tutti gli altri componenti avranno la medesima sorte dorata grazie alla possibilità di presentarsi in più circoscrizioni e la conseguente opzione che consentirà ai primi dei non eletti, sempre che siano graditi alle segreterie dei partiti, di avere anche loro un posto di deputato. Per non parlare del futuro Senato, che imbarcherà una classe politica figlia di quelle regioni dedite allo sperpero di danaro pubblico. Mentre il Senato del Regno annoverava giornalisti come Luigi Albertini, imprenditori come Giovanni Agnelli, nonno dell’Avvocato, filosofi come Benedetto Croce e Giovanni Gentile, costituzionalisti come Giorgio Arcoleo. E scusate se è poco. Volete mettere questi emeriti Carneade con l’attuale senatore Cociancih, secondo i suoi critici noto per aver stroncato l’ostruzionismo sull’articolo 1 della riforma costituzionale grazie a un emendamento che gli avrebbe consegnato il segretario di Palazzo Chigi Paolo Aquilanti?
Come se tutto questo non bastasse, oggi come oggi ha libera circolazione la neolingua stigmatizzata ai tempi suoi da George Orwell. E’ bianco? Ecco che i cattivi maestri a piede libero sentenziano che è nero. E viceversa. Così il vicecapogruppo dei deputati del Pd, Giorgio Tonini, che pure passa per un liberal, ha la faccia tosta di sostenere che il combinato disposto di cui sopra “consentirà ai cittadini di essere loro i protagonisti della legittimazione del governo”. La Boschi (ora e sempre “Oh bella, ciao” per aver cantato “Bella ciao” ai funerali di quel liberaldemocratico a ventiquattro carati che era Pietro Ingrao, dimentica del fatto che Napoleone raccomandava di non essere troppo zelanti) dichiara di essere “orgogliosa” – cara bugiarda – della riforma e della legge elettorale. E l’immaginifico presidente del Consiglio, che spende e spande ottimismo da mane a sera, ci dice che a lui la legge elettorale piace così. Per forza. Così se ne starà bel bello – si fa per dire – a Palazzo Chigi per altri vent’anni.
E che dire di uno studioso autorevole come Michele Salvati che sulla colonne del “Corriere della Sera”, facendo ridere i polli, traccia un parallelo tra il predetto Renzi, un ragazzo che si farà, e giganti quali Giovanni Giolitti e Alcide De Gasperi? Le opposizioni accusano il presidente del Consiglio di autoritarismo. E’ un fatto che al suo inquilino non piacciono né poco né punto le critiche. Ma se un domani – che Iddio non voglia – dovesse restringersi ancora di più lo spazio della libertà di manifestazione del pensiero, la colpa non sarà tanto di Renzi quanto piuttosto degl’italiani. La cui cupidigia di servilismo, purtroppo, è proverbiale. Tutti corrono sul carro del vincitore, o presunto tale, che ormai ha solo posti in piedi. Le cronache senatoriali di questi giorni, dopo tutto, la dicono lunga.

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