
Per quasi tre settimane una metaniera russa lunga 277 metri – la Arctic Metagaz – carica di oltre 60.000 tonnellate di gas naturale liquefatto e centinaia di tonnellate di carburante, ha vagato senza equipaggio nel cuore del Mediterraneo centrale, trasformata in una bomba ecologica lasciata in balia delle correnti mentre Italia, Malta e Unione Europea osservavano da lontano, paralizzate dal terrore di assumersi la responsabilità.
Il risultato è un paradosso politico e operativo: un disastro potenziale di proporzioni enormi rimasto quasi invisibile all’opinione pubblica, come se una nave carica di GNL potesse sparire dal radar solo perché nessuno vuole guardarla.
La nave era partita il 24 febbraio da Murmansk diretta a Port Said.
Nella notte tra il 3 e il 4 marzo, in acque internazionali tra Malta e Libia, si è verificata una violenta esplosione a bordo, seguita da un incendio. L’equipaggio – 30 marittimi russi – ha abbandonato la nave su scialuppe, è stato recuperato da un’altra unità e trasferito in Libia.
La metaniera, gravemente danneggiata, non è affondata: è rimasta a galla, alla deriva, senza governo, trasformata in un relitto fantasma che nessuno voleva toccare.
Da quel momento la Arctic Metagaz ha oscillato tra il Canale di Sicilia e il Golfo della Sirte.
Le autorità libiche hanno parlato apertamente di “grave minaccia”: a bordo, oltre al GNL, erano presenti centinaia di tonnellate di gasolio con rischio di sversamento.
La Guardia Costiera libica ha imposto un divieto di avvicinamento entro 6 miglia nautiche, mentre la National Oil Corporation ha messo in allerta le piattaforme offshore della zona.
Il rischio non era teorico: il GNL a –162°C, se rilasciato, forma una nube criogenica che si espande a livello del mare, pronta a incendiarsi al minimo innesco o a esplodere se confinata.
Il carburante, se disperso, avrebbe contaminato un’area tra le più delicate del Mediterraneo, corridoio di cetacei, tartarughe e rotte commerciali.
Eppure per giorni nessuno ha mosso un dito.
La ragione è tecnica solo in apparenza: la Arctic Metagaz si trovava esattamente nel punto in cui si toccano tre zone SAR – Italia, Malta, Libia – quelle aree di mare in cui uno Stato si assume la responsabilità operativa dei soccorsi.
Non sono confini territoriali, sono obblighi, ma nel Mediterraneo centrale le zone SAR si incastrano come un mosaico e ogni emergenza diventa un rimpallo infinito: Malta dice “non è nostra competenza”, l’Italia dice “è più vicino a Malta”, l’UE dice “è in acque internazionali”, la Libia dice “non è un nostro problema”. Risultato: la nave resta lì, a girare come una bottiglia vuota.
È qui che la vicenda diventa politica, e gravissima. Nessuno Stato europeo ha voluto assumersi la responsabilità di una nave russa danneggiata, carica di GNL, appartenente alla cosiddetta flotta ombra – un settore opaco, poco assicurato, diplomaticamente scomodo. Meglio far finta di niente, meglio aspettare, meglio sperare che la corrente la porti altrove.
È la fotografia perfetta dell’Europa quando il rischio non è teorico ma concreto: immobile, timorosa, incapace di decidere.
Un continente che parla di sicurezza energetica e di sovranità strategica, ma che davanti a una bomba galleggiante preferisce guardare altrove e sperare che la risolva qualcun altro.
Solo tra il 20 e il 22 marzo la situazione si è sbloccata: la National Oil Corporation libica ha annunciato di aver preso il controllo operativo del relitto, ingaggiando una società internazionale specializzata per la messa in sicurezza dello scafo e avviando il rimorchio verso un porto dell’Est libico, nell’area di Bengasi.
La nave oggi è lì: non è esplosa, non è affondata, non ha sversato il carico, ma è stata assorbita dalla Libia e sottratta completamente allo sguardo europeo. La vicenda è stata chiusa nel modo più opaco possibile, senza un comunicato europeo, senza una nota italiana, senza una presa di posizione maltese. Tutti zitti, tutti fermi, tutti sollevati che la patata bollente sia finita altrove.
Ma la domanda finale resta, e brucia: com’è possibile che una nave lunga quasi 300 metri, carica di GNL, danneggiata, senza equipaggio, sia rimasta alla deriva per settimane nel cuore del Mediterraneo senza che nessuno Stato europeo assumesse il comando dell’emergenza.
La risposta è brutale: perché nessuno voleva prendersi la responsabilità di una bomba galleggiante russa.
E allora la domanda successiva è inevitabile: quanto ci è mancato perché questa storia finisse in tragedia?
La risposta, per chi ha seguito la deriva della Arctic Metagaz, è semplice: pochissimo!
Angioletta Massimino

Lascia un commento