Halbert Schunch è stato il primo ospite, nell’esecuzione del Concerto per pianoforte ed orchestra k 467 in do maggiore.
Vorrei vivere in un nuovo mondo, fatto di musica. Va benissimo anche solo quella, interpretata da Shunch, dalla Camerata e da un eccellente direttore d’orchestra: Alessandro Pinzauti; se volete mi accontento. Uno nuovo, dove ciò che è orrido sia esiliato per sempre, dall’impalpabile tocco sullo Stanway & Sons. Non potrebbe essere differente sperarlo, per la prima della nuova stagione di concerti programmati dalla Camerata Strumentale Città di Prato, inaugurata proprio giovedì 14 novembre al Politeama Pratese. La serata ha richiamato un gran numero di pubblico. La sala al completo, rendeva un bel colpo d’occhio fin sopra in galleria. Mozart e Dvoràk sono un richiamo irresistibile e un segno della determinata volontà di offrire alla città, l’occasione di unirsi davanti a tanta arte. Halbert Schunch è stato il primo ospite, nell’esecuzione del Concerto per pianoforte ed orchestra k 467 in do maggiore. Talento e poesia esigono eleganza che già, in lui, abbiamo ammirato negli anni precedenti. Il maestro, riguardando le scartoffie passate, è un assiduo frequentatore del proscenio cittadino. Lo ricordo in una delle sue lontane apparizioni nel gennaio 2009, quando il pubblico gli tributò un lungo applauso al termine del Concerto nr 4 op. 58 per pianoforte ed orchestra di Beethoven. Con Mozart, nulla è cambiato. Di questa partitura ultra nota, fanno parte i grandi Concerti viennesi che Mozart scrisse tra il 1782 e il 1786, dove pianista ed orchestra svolgono ruoli d’equilibrio e dialogo con proporzioni d’equità espressiva. Vuoi il flauto che i legni, rispondono al pianoforte protagonista, partecipando all’ensamble dell’orchestra con ammirevole unione. Ecco, quello che è parso, è questo: nell’adagio ovattato e sublime, d’estetica sognante bellezza, scritta da un ragazzo di 26 anni. Poniamo sereni i nostri animi inquieti, dopo tale prestazione d’esecuzione. Citando al volgo il nome di Dvoràk, dobbiamo prima ricordare, due piccole perle donate da Schunch. In Italia è costume, il fuori programma è un programma: due momenti musicali di Schubert, tratti dall’opera 94 in Si bemole maggiore e quello in fa minore, naturalmente applauditissimi dal pubblico. Ed ora a noi! Grande Dvoràk. Ho potuto vedere, da privilegiato, molti sguardi ed espressione degli orchestrali. Sì, loro che hanno eseguito un’impeccabile sinfonia, di una delle più grandi mai scritte, senza nulla togliere ad alcune delle altre di Dvoràk, come la sinfonia nr, 7 in re minore. Meritano un abbraccio. Giusto ed onesto è, il gesto del maestro Pinzauti nel richiederlo dal pubblico, sotto forma d’applauso. E’ difficile, seppur nelle evidenti individualità chiamate in causa, voler scegliere cosa e quale parte esaltare. La mia ammirazione è per la capacità dell’orchestra, che io proporrei come esempio. Un esempio per Prato di sinergia ed unione; se il pittore è da solo davanti alla sua opera ed adopra i colori come suoi orchestrali, il direttore d’orchestra non è solo, e lavora con i suoi musicisti come i colori di un’opera che si dilata nel tempo ed appare unita dalle sinergie degli strumenti. Non vorrei andare oltre, ma se la musica parla, lo fa a tutto tondo. Per ciò, lode al re bemolle maggiore del secondo movimento, al suo nobile corno inglese, a questo nuovo mondo, op.95, per la prima volta presentata da Anton Seidl alla Carnegie Hall di New York il 16 dicembre 1893. Antonin Dvoràk aveva già scritto, nel suo primo viaggio in America, un “Te Deum” per il quarto centenario dell’approdo di Colombo ed una cantata, The American flag. Dovrà però, essere l’Allegro con fuoco del quarto movimento ad immortalare la sinfonia in mi minore. Era stata classificata come la numero 5, ma fatalmente era la nona, a causa di un’errata classificazione. La sua popolarità, a mio avviso, non deve essere svilita dall’attenta analisi critica della sua intera forma. All’ascoltatore, anche quello più attento, sia permesso al suo intimo credo, l’esaltazione che la poesia in musica, concede.


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