Torna frequentemente nel dibattito politico il tema della “patrimoniale”, cioè di una tassa che invece di colpire i redditi colpisce i patrimoni e quindi, oltre ai redditi, gli immobili e i risparmi. Classico esempio la patrimoniale del Governo Amato che nel 1992 tassò del 2 per mille gli immobili e del 6 per mille i risparmi. Scopo della misura, allora come oggi: abbattere il debito pubblico che ora si vorrebbe ridurre almeno di un terzo, portandolo dal 120 all’80 per cento del Pil. In pratica una botta da 600 miliardi di euro. A sollevare il problema le forze di sinistra, le organizzazioni sindacali, anche alcuni settori del centro destra, e a sorpresa molti dei ricchi più in vista. Non contraria all’idea la stessa Confindustria. Sulla questione bisogna distinguere il dato morale da quello economico. Sotto il primo profilo non c’è dubbio che un minimo di giustizia esige che chi più ha più contribuisca a sostenere le spese della collettività. Se tutto potesse essere ricondotto a questo aspetto, nessun dubbio sull’opportunità della misura. L’economia però non segue i canoni della morale. Per come funzionano le cose da questa parte del mondo, la patrimoniale è un provvedimento che nel breve periodo porta il gettito promesso ma che nel medio e nel lungo, nel caso non sia una tantum, produce effetti negativi che, nella migliore delle ipotesi, vanificano del tutto il risultato iniziale. Le ragioni possono essere riassunte in tre punti:
• Il nuovo balzello alzerebbe ancora di più il livello della tassazione nel nostro Paese. Attualmente è al 52%, una percentuale che non eguali al mondo. Più alto è il livello delle tasse, più bassa è la crescita. L’esatto contrario di quello che serve all’Italia;
• per dare il gettito preventivato la patrimoniale non si potrebbe limitare a colpire solo la parte più benestante della popolazione ma anche i ceti con redditi medio-alti e questo porterebbe ad una seria contrazione dei consumi con conseguenze negative sull’intera economia del paese;
• proprio perché nell’immediato funziona, cioè produce entrate per lo Stato, la patrimoniale darebbe l’alibi a tutta la classe politica di destra e di sinistra, da sempre restia a tagliare anche il superfluo, per non procedere a quelle riforme strutturali di cui invece il paese ha un disperato bisogno, prime fra tutte l’allungamento dell’età pensionabile, le privatizzazioni e le liberalizzazioni
Sono queste le ragioni per cui anche il Corriere della Sera, almeno in un editoriale di due economisti di cultura liberale, ma non di centro-destra, Giavazzi e Alesina, è arrivato a scrivere “molti oggi auspicano un’altra tassa, la patrimoniale: sarebbe nella migliore delle ipotesi un’imposta inutile, nella peggiore fatale”. Insomma, molti dei padroni del vapore preferirebbero pagare qualcosa ma lasciare le cose come stanno piuttosto che non pagare niente ma vedere il paese avviare quelle riforme che domani metterebbero in forse, e per davvero, le loro rendite di posizione. Ecco perché Confindustria e molti di “lor signori” sostengono, in questo caso, la stessa idea che portano avanti Pd, Sel, Idv e i sindacati. Non è altruismo, senso civico o improvvisa conversione a tesi care alla sinistra. E’ ancora una volta solo puro e semplice interesse personale che va contro i reali interessi del Paese.
P.

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