A Milano, addirittura, il presidente della Corte d’Appello se l’è presa con i cittadini che, come estrema ratio, puntino alla prescrizione. Cioè ad un istituto dettato dalla civiltà giuridica e che prevede giustamente un limite temporale alla pretesa punitiva dello Stato.
Ci volevano gli eccessi di alcuni alti magistrati alle varie cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario. Ci volevano le loro parole e le loro omissioni per farci capire meglio cosa significhi avere una democrazia commissariata, una politica in vacanza ed una vacanza della politica.Parliamo, prima, delle omissioni che spesso sono ancora più rivelatrici delle cose dette: le condizioni invivibili delle nostre carceri, le lungaggini dei processi penali e civili, la bassissima “produttività” degli uffici giudiziari, l’abuso della carcerazione preventiva (inutile e dannosa), le intercettazioni che finiscono sui giornali che fungono da plotoni di esecuzione. Di tutto questo non c’è traccia nelle relazioni ascoltate in Cassazione e nelle varie Corti di Appello italiane.E le cose dette? Ancora più delle parole pronunciate conta il tono generale delle relazioni. Talvolta addirittura senza misura (ma questo si comprende per il “ trombonismo” retorico che caratterizza le aule giudiziarie italiane ad opera sia degli avvocati sia dei pubblici ministeri) e sempre caratterizzate da un senso di rivincita. Come a dire: Berlusconi è caduto e che a nessuno venga in mente di limitare il potere assoluto di cui godiamo, in tema di giustizia, da venti anni.Una citazione sola, per dare l’idea: le parole del Presidente della Corte d’Appello di Milano Giovanni Canzio a proposito della prescrizione. La quale, ha detto l’alto magistrato «si rivela in realtà come un agente patogeno: induce premialità di fatto, scoraggia le premialità legali e trasparenti di riti alternativi, incentiva strategie dilatorie della difesa, implementa oltre ogni misura il numero delle impugnazioni in vista dell’esito estintivo». Dunque: lo Stato, via procure, può perseguire i cittadini senza limiti di tempo con stratagemmi vari, tipo i procedimenti “a grappolo” o “a ciliega” una accusa dopo l’altra, procrastinando senza limiti lo stato di sofferenza degli accusati e elargendo pene senza processi. Può anche privare della libertà violando i rigorosi limiti previsti dalle leggi attraverso interpretazioni che sono veri e propri abusi.Ma guai al cittadino che, come estrema ratio, punti alla prescrizione. Cioè ad un istituto dettato dalla civiltà giuridica e che prevede giustamente un limite temporale alla pretesa punitiva dello Stato: non puoi continuare ad infliggere sofferenze ai cittadini se, dopo anni e anni dall’evento criminoso, non riesci a giungere ad una sentenza definitiva.Una considerazione ci viene naturale in tempi di democrazia commissariata: questo strabordamento simultaneo delle parole pronunciate in molte Corti di Appello, ben si spiega con la totale assenza della politica in questo momento. Che, con involontaria ironia, il presidente Canzio ha invitato ad «evitare nel commento delle decisioni dei giudici, ogni critica che possa compromettere l’indipendenza della magistratura». Chissà se il dottor Canzio ha mai sentito le parole del procuratore della repubblica di Grosseto contro il GIP, reo di aver mandato agli arresti domiciliari il comandante Schettino , anziché in carcere come richiesto dalla pubblica accusa!


Il malumore del Giudice avverso la prescrizione si accompagna bene al lamento dell’ “onorevole ” ( es. Melandri : ho smesso di lavorare per seguir la politica)) per non voler perdere il proprio vitalizio . La mentalità conservatrice ( del proprio) e disconiscente dell’altro sopravvive a tutte le latitudini.