
Riguardo agli effetti disastrosi che il livello di tassazione annunciato produce in presenza di inflazione, si è già detto (qui).
Si vuole ora contrastare l’idea secondo la quale sarebbe bene aumentare la tassazione sulle rendite per ridurre le imposte sul lavoro.
Si consideri un lavoratore dipendente, che vive del suo salario o stipendio. Una volta detratte le – troppe – tasse, il nostro lavoratore dipendente spenderà la gran parte di quanto guadagnato per vivere: pagare l’affitto, far la spesa, …
Ma, come la gran parte delle persone, anche lui tenterà di risparmiare parte del reddito guadagnato: perché ha in mente di cambiare auto; perché vuole essere un po’ più sicuro quando sarà pensionato; perché non si sa mai, ci sono sempre imprevisti; perché vuole essere in grado di aiutare suo figlio o sua figlia quando metterà su casa.
Tutte finalità non solo lecite, ma anche apprezzabili. Non v’è motivo, né economico né per così dire morale, in base al quale lo stato si debba occupare di ostacolare questa propensione alla prudenza.
Immaginiamo che il nostro lavoratore sia riuscito a risparmiare 100 euro. Se il tasso d’interesse corrente è il 5%, ne ricaverà 5 euro all’anno di rendita.
Capitale e rendita sono le due facce di una stessa medaglia: i 100 euro risparmiati producono una rendita di 5 che, scontata al tasso d’interesse di mercato (poiché il valore attuale di una rendita perpetua R con tasso d’interesse i è pari a R/i), produce un valore capitale di 100.
Ma interviene ora una tassa, per semplificare i conti, del 20% su quella rendita. Il flusso di rendimenti futuri non è più 5 euro ma 4. Sennonché il tasso d’interesse corrente non è affatto cambiato: è rimasto al 5%. E un flusso annuo di 4 euro, scontato al 5%, non fa più 100, ma 80.
Siamo tornati a Luigi Einaudi: una tassa del 20% sulla rendita finanziaria equivale a una tassa del 20% sul patrimonio.
Bene, diranno i redistributori: abbiamo introdotto, magari senza grande consapevolezza, una tassa sull’odiato patrimonio: potremo usarne il ricavato per diminuire le tasse sul lavoro.
Ma torniamo al nostro lavoratore dipendente. Ora egli paga una imposta esattamente eguale a quella di prima sull’intero reddito – da lavoro – guadagnato. IN PIÙ paga il 20% sulla parte del reddito che ha risparmiato. Il prelievo sul suo reddito – che è solo reddito da lavoro – è aumentato, tanto più quanto il nostro lavoratore risparmia.
È bene ribadirlo: così si passa dall’eutanasia del rentier di keynesiana memoria, all’assassinio del lavoratore-risparmiatore che con fatica e sacrifici, tenta di mettere qualcosa da parte per garantire a sé e alla propria famiglia un futuro un po’ meno incerto.

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