
On. Bobo Craxi, la motivazione dell’inizio dei bombardamenti israeliani sarebbe la forte convinzione da parte di Israele di uno sviluppo di arma atomica nel territorio iraniano, cosa negata sia dall’Iran che dall’AIEA, dando il via ad una guerra diretta tra Iran e Israele che è durata 12 giorni. Lei è d’accordo che sia solo l’arma atomica?
Certamente il “casus belli” è rappresentato dal presupposto arricchimento scopo militare dell’uranio contenuto nelle miniere, lo stesso in quei giorni era l’oggetto di negoziati che vedevano coinvolti sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea. Israele ha anticipato gli esiti portando un attacco al cuore del sistema militare iraniano e probabilmente anche alle stesse fonti energetiche ritardandone l’ultimazione dei programmi. Da un certo punto di vista l’attacco è stato chirurgico e l’esito politico di questo raid che è durato dieci giorni e quello di avere indebolito l’Iran come potenza economica e militare del Medioriente.
L’Iran ha accettato di riprendere i colloqui sul suo programma nucleare con gli Stati Uniti, ha dichiarato una fonte politica a Teheran. Colloqui si oppure colloqui no?
A questo punto l’interesse del regime iraniano é dimostrare di avere incassato una mezza sconfitta mantenendo una postura dialogante con tutti coloro che vogliono avere con questo grande paese un rapporto franco a prescindere dalla guida politica. L’Iran non è un gruppo terroristico, la sua tolda di comando é in mano ad un intreccio religioso-militare che sta in piedi da più di trent’anni. Ora si è fortemente indebolito all’esterno e rischia di esserlo anche al suo interno per questo il regime ha accentuato la sua stretta nei confronti degli oppositori interni o degli osservatori esterni che mettono piede nel paese per verificarne la tenuta. Io credo che in ogni caso siamo entrati in una nuova fase e sarebbe sbagliato pensare di accelerarla insistendo con attacchi militari. D’altronde la strada prescelta è stata quella del terrore e dell’uso della forza e su questo terreno usa ed Israele hanno giocato le proprie carte.
L’attacco al programma nucleare iraniano non solo ha complicato la negoziazione di una soluzione diplomatica tra Teheran e Washington, ma ha anche messo a rischio il futuro delle relazioni tra la Repubblica islamica e l’Aiea?
Da parte di quella istituzione onusiana sono arrivati diversi segnali alcuni anche molto ambigui sull’esito della loro azione di ispettorato sull’arricchimento dell’uranio. Tuttavia va detto però che l’Iran ha sottoscritto il trattato di non proliferazione nucleare (TNP) dimostrando una volontà, e le parole espresse dei loro governanti in ogni caso andrebbero quantomeno prese sul serio ovvero sugli obiettivi che essi si proponevano. Un errore è stato insistere nella propaganda delirante della volontà di annientare Israele e questo che ha dato il destro affinché il governo di quel paese portasse un’offensiva preventiva. Sì le cose sono complicate, ma sono sempre state complicate da vent’anni a questa parte e ad essere sincero non vedo la novità se non quella di una rottura del difficile equilibrio che si è generato con l’amministrazione Obama.
Secondo l’esperto americano di terrorismo Matthew Levitt, Israele teme che l’Iran stia producendo agenti chimici paralizzanti non solo per uso interno, ma anche per il trasferimento a Hezbollah, da utilizzare tramite lanciarazzi e mortai, timore acuito dopo il piano d’invasione del nord d’Israele e l’attacco del 7 ottobre. Questo braccio di ferro tra Israele e l’Iran si concluderà con una distruzione totale?
È troppo presto per stabilire se esista un piano di reazione dopo l’opera di distruzione che è stata compiuta nel mese di giugno. Quel che appare chiaro è che in questo momento Israele ha sconfitto i propri possibili antagonisti militari. Sgominata la cupola militare e politica di Hizbullah, disintegrata la Siria, fortemente indebolito l’Iran e annientata la frazione politica militare di Hamas che fu sostenuta da loro stessi in funzione anti-Fatah ed anti-ANP; direi che ci troviamo di fronte ad una nuova situazione dove lo ripeto ha prevalso la logica del più forte ed ha seriamente messo in crisi ogni soluzione dei conflitti attraverso il multilateralismo e la diplomazia.
L’ambasciatore della Repubblica islamica dell’Iran ha scritto a Papa Leone XIV per chiedergli di «prendere posizione, in qualità di leader religioso, in merito all’insulto e alla minaccia di assassinio della Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran da parte del Presidente e del governo degli Stati Uniti e di funzionari del regime sionista. Papa Leone XIV, potrebbe essere la figura più influente rispetto a Donald Trump, Vladimir Vladimirovič Puntin, Benjamin Netanyahu?
La chiesa di Papa Leone ha di fronte a sé un compito assai delicato. Non dubito che cercherà di risalire alle origini del processo di dialogo interreligioso che è stata la cifra del papato di Giovanni Paolo II. D’altronde vanno messe in sicurezza tutte le espressioni del pluralismo religioso che in medio oriente rischiano di andare in crisi ci sono d’altronde delle dottrine che in questo momento sembrano prevalere e che sono determinate dalla volontà di far cessare i conflitti attraverso la prevalenza del dominio economico, degli accordi commerciali trasversali. Io penso che alla base della difficoltà del Medioriente inevitabilmente presto tardi emergeranno le diffidenze di carattere religioso, anche all’interno delle stesse religioni monoteiste. In questo senso il ruolo della chiesa universale può essere sviluppato mantenendo il filo del dialogo della discussione sui valori che legano le tre religioni monoteiste piuttosto che su quelli che le dividono.
La priorità attuale dell’Arabia Saudita è il raggiungimento di un cessate il fuoco permanente a Gaza e non solo sulla possibilità di normalizzare i rapporti con Israele?
L’Arabia Saudita ha giocato le sue carte, non è stata particolarmente assertiva nel conflitto di Gaza suscitando sconcerto fra le masse popolari arabe che non sappiamo fino a che punto possono contenere la propria rabbia per quello che è accaduto. Quello che appare in filigrana dopo questa enorme crisi è che il cosiddetto terrorismo islamico non è stato altro che è un prodotto in provetta e che non avevano alcun seguito popolare. Pensare di riorganizzare il nuovo Medioriente estromettendo o isolando il mondo sciita potrebbe rivelarsi un errore. Penso che si entrerà tuttavia in una fase di transizione nuova dove tenderanno ad emergere le espressioni più dialoganti all’interno delle singole realtà. L’Arabia Saudita potrà svolgere un ruolo che considero determinante anche nel rapporto con Israele. Ed è beninteso che nell’agenda dell’Arabia Saudita non sta scritto da nessuna parte che si voglia disconoscere gli accordi di Oslo piuttosto che la road map e fu sottoscritta negli accordi di pace a Camp David.
On. Bobo Craxi, siamo alle ultime battute dell’intervista. Chi ha vinto la guerra tra Israele e Iran?
È una domanda facile hanno vinto i primi che tuttavia hanno in queste fasi tutto l’interesse a sostenere che il pericolo non sia cessato per continuare a portare la propria offensiva. D’altronde se sul piano pratico non è affatto scontato che negli anni se perdurasse regime iraniano vi possa essere la possibilità pratica di ricominciare tutto da capo, dal punto di vista militare apparso chiara la superiorità israeliana alla quale si è aggiunta la superpotenza americana. Il problema che però ha creato questo conflitto che si è data la possibilità ad una condotta similare ad altre potenze militari.
Se diritto internazionale può essere violato con non chalance come è accaduto, se è la legge del più forte che prevale e non le regole proprie della comunità internazionale é chiaro che non ci dovremo stupire se un giorno la Cina piuttosto che la Turchia portassero a compimento delle offensive militari territoriali; posto che la Russia lo ha già fatto e che gli strumenti di contenimento di carattere politico ed economico sono apparsi insufficienti e che il rischio di un conflitto aperto ed allargato sta sempre dietro l’angolo.
Giuseppe Basilico

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