
Quando i Greci entrarono a Gerusalemme non portarono solo soldati. Portarono un’idea raffinata e feroce: che per essere accettati bisognasse assomigliare al vincitore. Il Tempio non fu raso al suolo, fu profanato: i simboli svuotati, i rituali ridicolizzati, l’identità trasformata in ornamento innocuo. Era una violenza elegante. Chiedeva una sola cosa: rinunciare a essere ciò che si è.
Mattatia rifiutò. I suoi figli, i fratelli Maccabei, rifiutarono con lui. Non erano santi né conquistatori. Erano uomini che avevano capito che l’assimilazione forzata è una morte lenta. Combatterono in pochi, contro un impero enorme, non per dominare ma per non scomparire. Quando tornarono al Tempio non celebrarono la vittoria. Ripulirono. Cercarono ciò che non fosse stato contaminato. Trovarono un solo vaso d’olio puro, sigillato, dimenticato. Bastava per una notte. Lo accesero lo stesso. Perché Hanukkah non è la festa del miracolo: è la festa della responsabilità prima della speranza. La luce durò otto giorni perché qualcuno decise che il buio non era un destino accettabile.
Oggi quella luce cade su una verità che per mesi è stata distorta, urlata, usata come arma retorica. Hamas ha commesso crimini contro l’umanità. Non è una formula politica: è una qualificazione precisa. Omicidi deliberati di civili, stupri, torture, sequestri, trattamenti inumani degli ostaggi. Amnesty International lo ha documentato con lo stesso metodo che usa contro gli Stati, Israele incluso. Nessuna indulgenza, nessuna scorciatoia. La verità che sta uscendo è semplice e devastante: la violenza di Hamas non è stata un effetto collaterale della guerra, ma una strategia. Chi continua a chiamarla “resistenza” non sta difendendo i palestinesi; li sta consegnando a un potere che li usa come scudi e come simboli, mai come persone.
Ma Hanukkah non serve a costruire alibi. Serve a tenere accesa la distinzione. E la stessa luce illumina anche Israele, soprattutto quando fa male. Amnesty non ha esitato in passato ad accusare Israele di gravi violazioni del diritto internazionale; oggi, mentre riconosce i crimini di Hamas, la verità che emerge non assolve automaticamente la risposta israeliana. Ed è qui che bisogna essere netti: il governo Netanyahu ha fallito moralmente. Ha trasformato il trauma in licenza politica. Ha confuso sicurezza con punizione collettiva. Ha scelto la forza come linguaggio unico, logorando il credito morale di Israele e mettendo a rischio ciò che dice di voler difendere: la vita dei suoi cittadini e il futuro dello Stato.
Essere filo-israeliani oggi significa essere più esigenti, non più ciechi. Significa ricordare che i Maccabei non combatterono per umiliare un popolo, ma per salvare un’identità. Significa dire che condannare Hamas non obbliga a tacere sulle responsabilità di un governo israeliano che ha perso la misura, e che pretendere verità e legalità da Israele è un atto di fedeltà, non di ostilità.
Hanukkah finisce sempre con una luce alla finestra. Non per conforto. Per esposizione. Perché la luce, nell’ebraismo, non serve a sentirsi buoni, ma a non mentire. La verità che sta emergendo è dura e doppia: Hamas ha scelto il crimine come metodo; il governo Netanyahu ha scelto l’ostinazione come politica. La luce non assolve nessuno. Ma indica una strada: difendere la vita, distinguere le colpe, rifiutare il buio delle semplificazioni. Se quella fiamma resta accesa, non è per miracolo. È perché qualcuno continua, ostinatamente, ad aggiungere olio.
Nico Kir

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