
Le ultime elezioni amministrative hanno consegnato al Paese un quadro politico apparentemente immobile, dove nessuno riesce davvero a prevalere e nessuno subisce una sconfitta definitiva. In sostanza, un grande pareggio che conferma la frammentazione e la difficoltà della politica italiana nel proporre una visione forte e convincente. Eppure, analizzando meglio i risultati, qualche segnale emerge. A Venezia il centrosinistra era convinto di poter conquistare la città, ma la sconfitta è stata pesante e inattesa. A Reggio Calabria, invece, il centrodestra ottiene un’affermazione importante in una realtà simbolica del Mezzogiorno. In Toscana il centrosinistra tiene, ma soprattutto vincono quei potentati territoriali del Partito Democratico che non sempre coincidono con la linea politica nazionale di Elly Schlein. I cosiddetti “cacicchi” locali dimostrano ancora una volta di possedere consenso, voti e radicamento, in particolare in città come Salerno e in altre realtà storicamente controllate da amministratori molto forti sul territorio. Sul piano nazionale, però, il dato forse più interessante riguarda i partiti che continuano lentamente a perdere terreno.
La Lega appare ancora in difficoltà e continua a lasciare voti per strada, mentre anche il Movimento 5 Stelle conferma il suo progressivo ridimensionamento nelle amministrative, dove il radicamento territoriale conta più della protesta. Il Partito Democratico regge, Fratelli d’Italia tiene le proprie posizioni e il quadro generale rimane sostanzialmente bloccato. C’è poi un dato che ha sorpreso molti osservatori, soprattutto in Lombardia: il generale Roberto Vannacci, presentandosi a Vigevano, ottiene circa il 15% dei consensi e riesce a scuotere equilibri e discussioni nel centrodestra e non solo. Un risultato che dimostra come esista ancora uno spazio politico per figure percepite come alternative e fuori dagli schemi tradizionali. Qual è allora il vero messaggio uscito da queste elezioni amministrative? Probabilmente uno soltanto: se si votasse oggi per le politiche il risultato sarebbe ancora una volta un sostanziale equilibrio, con il rischio di un Paese ingovernabile o condannato alle larghe intese permanenti. Ed è anche per questo che torna centrale il tema della legge elettorale. Servirebbe una riforma capace di garantire un vincitore chiaro e una maggioranza stabile. Forse sarebbe anche utile tornare alle preferenze, restituendo ai cittadini la possibilità di scegliere davvero i propri rappresentanti e magari riportando una parte dell’elettorato alle urne. Perché il dato più preoccupante resta proprio questo: manca ancora la politica, quella vera, capace di appassionare, coinvolgere e tornare centrale nella vita pubblica del Paese. Alla fine, queste amministrative hanno prodotto molto rumore, molte analisi e molte polemiche, ma pochi veri cambiamenti negli equilibri italiani.
Roberto Caputo

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