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“Amici” nel concreto: la cooperazione Usa-alleati riparte dai minerali critici

Se non è un ritorno al friend-shoring, sviluppare catene di approvvigionamento in Paesi amici, perlomeno ci assomiglia parecchio. Usa, Ue e Giappone si sono accordati per approfondire la cooperazione sul versante dei materiali critici e della sicurezza economica. La nota congiunta parla di un memorandum “entro i prossimi 30 giorni” e Piani d’azione volti a creare un’alleanza commerciale per blindare l’accesso alle materie fondamentali per le economie moderne e l’industria della difesa. Obiettivo implicito: proteggersi dallo strapotere della Cina lungo una serie di supply chain cruciali.

di Istituto Ispi | 7 Febbraio 2026

di Otto Lanzavecchia*

Se non è un ritorno al friend-shoring, sviluppare catene di approvvigionamento in Paesi amici, perlomeno ci assomiglia parecchio. Usa, Ue e Giappone si sono accordati per approfondire la cooperazione sul versante dei materiali critici e della sicurezza economica. La nota congiunta parla di un memorandum “entro i prossimi 30 giorni” e Piani d’azione volti a creare un’alleanza commerciale per blindare l’accesso alle materie fondamentali per le economie moderne e l’industria della difesa. Obiettivo implicito: proteggersi dallo strapotere della Cina lungo una serie di supply chain cruciali.

“Le più grandi economie di mercato del mondo sono impegnate a sviluppare un nuovo paradigma per il commercio preferenziale dei minerali critici“, ha riassunto il rappresentante Usa al Commercio Jamieson Greer: i tre getteranno le fondamenta per un “accordo plurilaterale vincolante” focalizzato sull’interscambio con “like-minded partners”, Paesi che condividono gli stessi obiettivi: gli “amici”.

L’accordo è il risultato di una ministeriale con oltre 50 Paesi, tra cui l’Italia, rappresentata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Come la conferenza stessa anche il piano riflette un approccio inedito per questa Casa Bianca: si basa su politiche commerciali multilaterali e profondamente collaborative: prezzi minimi alle frontiere per proteggere i produttori dell’alleanza, sussidi coordinati per colmare i divari di prezzo e accordi di acquisto per garantire la redditività a lungo termine dei progetti minerari, strutturalmente lenti e sensibili alle fluttuazioni di mercato.

Di nuovo amici?

“Tutti noi, qui, siamo amici”, ha affermato il vicepresidente JD Vance aprendo la ministeriale. Parole che sembrano stridere con lo sconquassamento del rapporto tra gli Usa e i partner per via della svolta di Donald Trump in politica estera a favore di un approccio più isolazionista e transazionale. Lo stesso giorno della ministeriale, di cui non ha fatto menzione, il presidente Usa ha avuto un’“eccellente conversazione” con l’omologo cinese Xi Jinping, nel corso della quale i due hanno parlato anche di commercio. Trump ha detto di “non vedere l’ora” di visitare Pechino ad aprile, paventando “molti risultati positivi” legati a Xi, con cui sostiene di avere un rapporto personale “estremamente buono”.

Ma sul versante pratico gli Usa non si sono scordati del fatto che la Cina, nel corso del 2025, non solo non si è fatta intimidire dai dazi di Trump, rispondendo colpo su colpo finché la Casa Bianca non ha fatto un passo indietro, ma ha gettato nel panico diversi comparti industriali statunitensi (ed europei) imponendo pesanti controlli alle esportazioni nel settore delle terre rare. Pechino aveva già utilizzato il proprio controllo di catene di approvvigionamento critiche come “bastone” nel corso di diatribe internazionali (e Tokyo ne sa qualcosa) ma questo è stato l’utilizzo più pesante della sua storia.

Washington sembra dunque essersi ricordata che la sua rete di alleati tradizionali è il suo primo vantaggio competitivo rispetto a quello che, al netto di quanto scritto nella Strategia di sicurezza nazionale, rimane il vero rivale sistemico. A ministeriale chiusa anche il Regno Unito ha annunciato di aver firmato un protocollo d’intesa sui minerali critici con gli States, e il segretario degli Interni Usa Doug Burgum aveva anticipato che l’amministrazione mirava a firmare fino a 11 accordi bilaterali di questo tipo in settimana.

“Living in a Material World”

La strategia statunitense viaggia su tre binari: il primo è l’aumento dell’estrazione domestica, il secondo è il nuovissimo “Project Vault”, la creazione di una riserva strategica di minerali critici (con investimenti pubblico-privati da 12 miliardi di dollari) per far fronte alle turbolenze geopolitiche. Il terzo, stando ai lavori della ministeriale, è il friend-shoring. “Non c’è nulla di più concreto dei minerali critici. E penso che molti di noi nell’ultimo anno abbiano imparato a proprie spese quanto le nostre economie dipendano da essi”, ha detto Vance alla platea di ministri “amici”. L’interesse nazionale rimane la stella polare, ha sottolineato, ma l’amministrazione Usa “riconosce che si tratta di un ambito in cui le nostre alleanze e le nostre amicizie possono davvero aiutarsi a vicenda”.

Sembra di assistere alla reincarnazione della spinta dell’era di Joe Biden per trasformare il friend-shoring in realtà. Vance ha rispolverato l’utilizzo del termine like-minded partners, ma la cooperazione rinnovata si sta incardinando su presupposti molto più pragmatici. Biden parlava di valori condivisi, Trump va avanti per accordi bilaterali cuciti sull’interesse nazionale a breve termine. In quest’ottica, l’accordo pare un salto di qualità in termini strategici: il comunicato congiunto parla di includere altri like-minded partner ed “esplorare ulteriori possibilità” nei “forum internazionali competenti, inclusi il G7 e il Partenariato per la sicurezza mineraria”, ente che include Usa, Ue e altri 13 Paesi, che mira a catalizzare gli investimenti verso nuove supply chain e che sembrava dimenticato dal ritorno di Trump.

Progresso pragmatico

La necessità di posizionarsi nel “Grande Gioco” dei materiali critici ha preso il sopravvento sulla tendenza isolazionista? Rimane difficile (ma non impossibile) che questa modalità di cooperazione si possa estendere anche all’acciaio, settore che soffre della sovraccapacità cinese e su cui Usa e Ue si erano accordati per cooperare prima che Washington trasformasse i dazi in grimaldello contro le leggi digitali Ue. Nel mentre, le esigenze di rinsaldare le supply chain stanno già trasformando lo scacchiere geoeconomico: medie potenze come il Brasile offrono accesso diretto alle proprie risorse nella speranza di diventare fornitori alternativi, altre come il Vietnam vietano l’export e sviluppano capacità di raffinazione interna per potenziare l’industria.

Dal canto suo, l’Ue sta diversificando fornitori stringendo accordi commerciali, non da ultimo quello col blocco Mercosur, che favorirà l’importazione di materie critiche da importanti produttori come Argentina e Brasile. Sul versante africano, la maxi-strategia di investimento Global Gateway (declinata in Italia nel Piano Mattei) mira esplicitamente a favorire lo sviluppo della raffinazione locale, consentendo ai Paesi di esportare prodotti a più alto valore aggiunto invece di inviare materiali grezzi in Cina, il cui vero dominio sul settore passa dalla raffinazione. E Usa e Ue a dicembre hanno annunciato una cooperazione per completare il Corridoio di Lobito, un maxi-progetto infrastrutturale che collegherà il cuore della regione mineraria dei Grandi Laghi all’omonimo porto angolano.

L’essere like-minded non ha impedito l’apertura della crisi Groenlandia, in cui i materiali critici erano protagonisti insieme alle esigenze di difesa, tra Usa e Ue. Paradossalmente gli eventi hanno portato diversi Paesi Ue, memori dell’uso del gas come arma da parte della Russia e già preoccupati per la dipendenza cinese, a riflettere su come ridurre l’esposizione verso gli Usa. Come nel caso dei materiali critici si tratta di processi che richiedono decenni, volontà politica e investimenti massicci. Ma il senso di marcia, almeno nel campo delle supply chain, è chiaro: dopo il fallimento dell’era Biden, una cooperazione rinata nella seconda era Trump sotto il segno del pragmatismo potrebbe rivelarsi un fondamento più concreto per far fronte alla sfida sistemica cinese

Istituto Ispi

*Giornalista e analista, corrispondente per l’Ue di Adnkronos, Senior Fellow del Centro Economia Digitale

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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