Un film da vedere. Un conservatore che è apprezzato anche dai repubblicani. Un grande regista che, a 84 anni, riesce ancora ad affascinare e commuovere. Buona visione.
Clint Eastwood dirige “American Sniper” e torna a parlare di guerra e di morte, di patriottismo, dovere, famiglia, vita. Ponendosi delle domande, permette allo spettatore di riflettere sulle sue certezze, di rivedere l’orrore della guerra e le sue conseguenze post traumatiche sui reduci e questo non sarebbe una novità per un film che parla di guerra ma lo fa con lo sguardo di un cecchino “se chiudo l’altro occhio non vedo quello che c’è laggiù”.
C’è una particolarità in questo sguardo: Chris Kyle guarda la morte negli occhi e non lo fa con distacco, la guarda con il dolore di chi crede fermamente che suo compito sia quello di proteggere i compagni, e la vede come sofferenza per quel colpo che dovrà partire e non dovrà fallire il bersaglio, qualunque esso sia. Ed è significativo che il primo obiettivo con cui dovrà confrontarsi Kyle sia un doppio obiettivo, il più difficile: una donna e un bambino che portano un razzo destinato a far saltare in aria un convoglio di soldati. Lo stesso dolore lo troviamo intatto in uno degli ultimi obiettivi di Kyle, quello che lui non vorrebbe vedere mai (un bambino che cerca di impadronirsi di un fucile lanciarazzi che non sa neanche sollevare, che imbraccia con difficoltà e che, alla fine lascia per terra, quasi rispondendo alla preghiera di Kyle.)
Lo sguardo di Kyle è uno sguardo spietato. È lo sguardo del pastore che deve proteggere il suo gregge “Sono pronto ad incontrare Dio e a rispondere di ogni singolo colpo”-
Assistiamo ad una lotta che potrebbe sembrare impari ma non lo è, è ad armi pari: mirino contro mirino, calcolo di traiettoria, contro calcolo di traiettoria, bersaglio contro bersaglio, Chris contro Moustafa, messa a fuoco contro messa a fuoco, “la leggenda” contro il “nemico” integralmente vestito di nero.
Parte dall’autobiografia del texano Chris Kyle, Eastwood, e lo fa interpretare da Bradley Cooper che è anche produttore del film, avendo acquistato i diritti della biografia diventata best seller. Cooper per interpretare il cecchino più infallibile degli Stati Uniti, si è trasformato, tonico e pieno di muscoli.
In un alternarsi fra scene di violenza della guerra , amici che muoiono vittime di attentati, difficoltà sempre più grandi al reinserimento in famiglia, la macchina si ferma sulle menomazioni fisiche dei reduci ma non dimentica di evidenziare quelle mentali di chi non riesce a staccarsi da quella guerra che gli ha sconvolto la vita.
Ma chi è Chris Kyle? “Gli uomini si dividono in pecore, lupi e guardiani”, dice il padre a tavola dopo la funzione religiosa cui ha partecipato tutta la famiglia, “ se mai doveste diventare lupi, vi ucciderò io stesso , voi dovete essere pastori del gregge …” e Kyle qualche anno dopo rispetterà questa volontà. Dopo gli attentati alle ambasciate americane in Tanzania e in Kenia deciderà di arruolarsi nel corpo speciale dei SEALS.
Bastano pochi tratti a Eastwood per darci un’immagine dell’America rurale in cui un padre insegna al figlio ad andare a caccia, a non lasciare mai il fucile a terra, a ‘difendere i suoi’. Diventerà così una leggenda, il cecchino più pericoloso dal 2003 al 2009. Quasi tutte le scene si svolgono all’aperto, sui tetti si snoda la lotta fra i due cecchini ma sullo spettatore grava un senso di claustrofobica incertezza, un’atmosfera che non si respirava neanche in “Lebanon” nonostante tutto si svolgesse in un carrarmato.
Ed è quindi partendo dalle memorie di Chris che Eastwood elabora il suo film in cui vuole sì evidenziare l’idiozia della guerra, ma al tempo stesso raccontare senza distorsioni la ‘storia’, la ‘vita’ di chi in quella guerra ci crede perché crede nella ‘patria’ e nel ‘dovere’ di difenderla. Ma il dolore di Chris , per ogni marines che perde, per ogni obiettivo che colpisce, è una devastazione dell’anima, quella stessa devastazione che si riflette sulla sua difficoltà a reinserirsi nella vita familiare.
Anche stavolta Eastwood non sbaglia una scena , non sbaglia un’inquadratura, il suo film non ha una sbavatura . Kyle è un reduce che sta morendo lentamente, ucciso non dal cecchino ma dal compito che si è assunto quale difensore della patria.; e quando riesce ad uscire da quella bolla di difficoltà, a riconciliarsi con la vita familiare va incontro ad una morte assurda e beffarda per chi ha guardato negli occhi la morte tante volte. Clint Eastwood un magnifico signore di 84 anni riesce a darci in questo film una delle scene più coinvolgenti: la lotta, lo scontro, la missione compiuta, dentro una nuvola di sabbia. Chapeau.

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