Tutto ha inizio nel giugno del 1993. Bisogna andare a quel periodo per capire la presa che Prodi ha sul sistema bancario italiano. Allora Prodi era presidente dell’Iri e Ciampi presidente del consiglio. E’ l’epoca delle dismissioni di importanti aziende pubbliche, anche sull’onda di Tangentopoli. Fra i beni da dismettere Comit e Credit, due fra le principali banche italiane. I due istituti erano infatti entrati nell’orbita dell’Iri, e quindi dello Stato, agli inizi degli anni ’30 per salvarli da una crisi che sembrava irrimediabile. Solo che invece di vendere a prezzi di mercato fu messo in piedi un meccanismo che di fatto permise ad alcuni di acquisire il controllo delle due banche. Pur con notevoli cambiamenti quella situazione è andata avanti fino ad oggi. Bazoli ora è la punta di diamante di un gruppo di finanzieri che hanno in Prodi il loro referente politico. Il potere di questo banchiere è diventato talmente grande, sta anche tentando di estendere la sua influenza sulle Generali e su Mediobanca, che ha finito per provocare la reazione non solo di vecchi avversari come Geronzi di Capitalia ma anche di antichi amici come Profumo di Unicredit. A difesa dell’autonomia di Generali e di Mediobanca, e quindi per fermare la corsa di Bazoli, si sono mossi così Capitalia, con la banca spagnola Santander, la Fininvest, che ha annunciato di voler aumentare la sua quota in Mediobanca, e di fatto lo stesso Unicredit, più per necessità che per convinzione. Prodi comunque non demorde. Un recente provvedimento del governo è passato sotto silenzio ma la dice lunga. Il consiglio dei ministri ha infatti deciso di abrogare l’art. 3 della legge 262/2005 sul risparmio. E’ la norma che prevede di trasferire allo Stato, entro tre anni, la quota di partecipazione dei privati in Banca d’Italia. Detta così la questione risulta chiara solo agli addetti ai lavori. Proviamo a spiegarla. Oggi azionisti della Banca d’Italia sono le banche. Fino al 1993 queste, o almeno le principali, erano nelle mani dello Stato. Di conseguenza la Banca d’Italia era dello Stato. Dopo il 1993 però, a seguito delle dismissioni, la Banca d’Italia, unico caso in Europa, era di fatto controllata da istituti di credito privati, fra i quali ovviamente i soliti SanPaolo-Intesa e Unicredit. Insomma il controllore, la Banca d’Italia, aveva come azionisti le banche che avrebbe dovuto controllare. La legge del 2005 sanava quell’incongruenza riportando l’istituto centrale sotto l’egida dello Stato. Ora la mossa di Prodi per lasciare le cose come stanno. Nel 2007, la stessa politica del 1993.
Allarme per la guerra per banche di Prodi
Una presa di potere iniziata nel 1993. Mentre nasce una cordata anti Bazoli il governo abroga l’art. 3 della legge sul risparmio. La Banca d’Italia resta sotto l’influenza degli istituti di credito che dovrebbe controllare.

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