
Appena spenti gli echi positivi delle rappresentazioni lucchesi e in attesa di quelle pisane, incontriamo il direttore d’orchestra, Jacopo Sipari da Pescasseroli, al quale rivolgiamo alcune domande.
Già direttore principale ospite della Fondazione Festival Pucciniano, Jacopo Sipari da Pescasseroli è direttore artistico e fondatore del Festival dell’Opera lirica italiana “OPERAVIVA” in Azerbaijan, del Festival Internazionale “Sacrum” in Vaticano, del Festival Internazionale di Mezza Estate – Tagliacozzo Festival.
Nell’ambito della musica leggera ha dimostrato anche la sua versatilità in produzioni pop con Anastacia, Amii Stewart, Antonella Ruggiero, Noemi, Ivana Spagna, Simona Molinari, Ron, Grazia di Michele, Mietta, Sal da Vinci, Roberta Faccani, Tosca, Tedesco.
A gennaio 2020 vince il Premio speciale Golden Opera per la New Generation degli Oscar della Lirica attribuitogli dalla Confederazione Lirica dei Teatri d’Opera italiani come “uno dei più promettenti giovani direttori d’orchestra nel firmamento operistico italiano con particolare riferimento alla musica di Puccini”.
Tra gli impegni più recenti si segnalano: a luglio la “Tosca” diretta all’Anfiteatro Romano di Plovdiv con Jose Cura, Carlos Almaguer e Tanya Ivanova per l’inaugurazione di Opera Open; a ottobre il Requiem di Verdi all’Opera del Cairo e il debutto al Megaron di Atene con la Athens State Orchestra. A dicembre 2023 è previsto il debutto sul podio della Gewandhaus di Lipsia con la Leipzig Symphony Orchestra.
- Un’attività intensa e variegata la sua che la porta in giro per il mondo…
Devo dire che subito dopo la pandemia la mia attività, a differenza di quello che pensavo durante quei tremendi momenti, è ripresa con ancora maggior forza. Fortunatamente lavoro molto e viaggio moltissimo. Poi sicuramente i ruoli assunti presso l’Opera di Tirana e quella di Varna amplificano la cosa. Sono molto felice perché la musica è la mia vita e non saprei vivere in modo diverso.
- Teatri, cantanti, orchestre, pubblico: tante sollecitazioni che, immagino, la portino ad affrontare ogni nuova prova con una responsabilità ed una consapevolezza diversa
Sono cambiato tanto. Forse sto invecchiando. Me ne rendo conto quando torno a dirigere cose che ho già fatto: le affronto sempre in modo diverso. L’unica cosa che penso sia rimasta la stessa è il modo con cui mi rapporto a orchestre e cantanti: cerco sempre di trasmettere l’amore per quello che faccio e di gestire tutto con il sorriso. Credo che la sensazione di tranquillità sia la base da cui partire per ogni produzione.
- Come si pone di fronte ad una partitura che già conosce ogni volta che deve riproporla in un teatro nuovo? Cosa cerca di ulteriore a quello che già, fino a quel momento, ha acquisito?
Questo è la principale domanda che ormai da un po’ di tempo mi risuona nel cuore. Avendo fortunatamente diretto tantissimo in questi anni è estremamente facile che mi trovi a dirigere cose già fatte, soprattutto se si tratta di repertorio operistico. Indubbiamente la conoscenza sempre più profonda dell’autore in questione, dettata dallo studio di sempre più lavori del medesimo, mi garantisce uno spettro di analisi molto più ampio. Dirigere un’opera di Puccini quando ne hai dirette praticamente tutte tante volte ti da la possibilità di dirigere non solo quell’opera specifica ma “il pensiero” musicale del Maestro in quel momento.

Poi credo che le esperienze di vita vissute cambino radicalmente il modo di sentire quella sinfonia o quell’opera specifica: io, in particolare, metto sempre molto di me quando dirigo. Indubbiamente la maggiore maturità mi fa percepire esigenze di colore e di suono in modo sicuramente diverso rispetto ad alcuni anni fa.
Di certo cerco ogni volta di lasciare profonde emozioni e questo lo faccio con uno studio approfondito sui colori della partitura. Sono sempre stato attratto da questo e più vado avanti più cerco di sviluppare questo elemento.
- Lucca e Pisa l’attendono con un’opera particolarmente famosa: cosa ci può dire a riguardo?
A volte per ritrovarsi occorre mascherarsi. Occorre tradirsi. Questo il messaggio di Figaro, la fucina incandescente dell’Europa di oggi che si affanna a cercare ancora se stessa.
Uomini e donne, ricchi e poveri, musicisti e non (compresi i giovani direttori d’orchestra), in qualsiasi comune “folle giornata”, vagano solitari nel veloce succedersi delle ore, cercando risposte alla più importante domanda sulla propria vita: come fare ad essere felici.
«Ah tutti contenti saremo così». La musica di Mozart ci schiuda il suo messaggio più profondo: in un mondo di conflitti, di intrighi, di gelosie e di violenze, l’unico modo per raggiungere la tanto desiderata felicità risiede nella capacità di comprendersi vicendevolmente, ascoltarsi, perdonarsi, addirittura, forse, amarsi o provare a farlo.

Sembra il testo di una nuova enciclica papale, le parole illuminate di Jacques Maritain, la traduzione in versi della leggendaria regola aurea da scrivere banalmente su un articolo di fondo. Eppure, questa verità Mozart non si prodiga a gridarla a gran voce; si limita a suggerirla, sussurrarla, timidamente accennandola, lasciando che dopo una pausa di misterioso raccoglimento la corsa frenetica della vita riprenda e nel giubilo generale torni a risuonare il disegno brulicante che aveva aperto l’ouverture.
Le Nozze di Figaro, La Folle giornata.
Un grande dipinto della nostra tragica umanità che gioca a fare Dio ma che alla fine dimentica la bellezza delle emozioni provate dalla propria mortalità. Come nella vita reale, nessun personaggio ha un carattere fisso e definito, ma è dotato di una personalità complessa, in continuo divenire e caratterizzata da sentimenti contrastanti. Si legge nel Corano “non esistono uomini buoni e uomini cattivi, ma solo azioni buone e azioni cattive”. Ecco, questa è la vita di una folle giornata.
Crolla la rigida divisione tra comico e tragico e il teatro diviene il luogo adibito al racconto di tutti i giorni, nel quale il pianto e il riso che si alternano costantemente trovano un riscontro diretto in arie che muovono dalla più triste disperazione alla più esilarante comicità e tutti, da chi ascolta a chi suona, torna a casa certo che Mozart, che probabilmente mai come in quest’opera ha messo in musica la voce di Dio, abbia voluto indicare una nuova strada da percorrere, un nuovo mondo da guardare e un nuovo modo di guardarsi, cercando di comprendersi trovando se stessi negli altri, nella diversità.

Qui esplode prepotente la struggente bellezza di tutta la sua musica e quando tutto appare chiaro, alla fine, si ricomincia. Da un inizio a un altro inizio, attraverso una successione di nuovi inizi senza fine, ricordando costantemente a noi e agli altri che il fine ultimo di ogni nostra giornata è la ricerca stessa di quella felicità che per tutto il giorno abbiamo cercato di comprendere.
- Com’è stata l’esperienza con l’orchestra e il cast? Cosa le hanno “regalato” sulla conoscenza di quest’opera?
Io personalmente amo profondamente l’Orchestra della Toscana. Sono davvero degli stupendi musicisti e ogni volta è un piacere ritrovarci insieme a fare musica. Il cast in parte è costituito da amici di lunga data con i quali abbiamo fatto moltissime produzioni. E’ stato come tornare un po’ in famiglia. Poi lavorare con Massimo Gasparon è sempre un gran piacere.
- Pisa e Lucca, due piccoli gioielli di storia e di cultura: aveva già diretto in questi due teatri e quale ricordi ha?
Purtroppo nonostante abbia passato molto tempo in toscana per motivi musicali e familiari, non avevo mai diretto né a Lucca né a Pisa. Sarà un’occasione per conoscerle entrambe e per conoscere i loro teatri, due piccoli gioielli ricchi di storia e di presenze importanti.

- Il brevissimo tempo di queste due trasferte toscane e poi, dove la porterà la sua bacchetta?
Il prossimo mese sarà molto intenso con Don Carlo con Donata d’Annunzio Lombardi in Bulgaria e poi due grandi produzioni in Ungheria dedicate una a Tchaikovsky e una a Rachmaninov e Strauss, con la Seconda Sinfonia del primo e Morte e Trasfigurazione del secondo.
- Se decidesse, un giorno, di fermarsi in una città per condividerne l’esperienza artistica quale sceglierebbe?
Penso Tel Aviv anche se ammetto che abbandonare Roma sarebbe difficile.
- Le piacerebbe, così come ha fatto Muti, dar vita ad una “sua” orchestra di giovani da far crescere?
Lavorare con i giovani è il mio desiderio più grande. In questo ringrazio il Conservatorio “Martucci” di Salerno dove insegno Esercitazioni Orchestrali dove abbiamo costruito una orchestra stupenda di giovani musicisti con i quali abbiamo realizzato produzioni magnifiche, dalla Messa dell’Incoronazione di Mozart al Barbiere di Siviglia di Rossini. Fra meno di due mesi proprio con loro suoneremo Dante Symphony di Liszt, la difficoltà della quale sottolinea il livello dei ragazzi. Devo molto a tutti loro, a quello che mi lasciano nel cuore ogni volta.
Mi ricordano ogni volta, con la loro passione per la music, perché ho scelto questa vita e a cosa sono serviti tutti i miei sacrifici.
E per questo, a loro, “ai miei bambini” come li chiamo io, va il mio più grande ringraziamento e il mio affetto più sincero.
Stefano Mecenate

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