Le analisi ricorrenti avanzate in materia economica da uomini politici, industriali e banchieri, ripetono sistematicamente che l’Italia cresce poco in termini di Prodotto interno lordo (Pil). E così, cresce pochissimo anche rispetto agli altri Paesi europei. Pensando alla situazione di stallo dell’economia del nostro Paese, la memoria mi ha riportato indietro nel tempo, ai primi anni ’60. A Lodi, presso la sede del Pli (che era considerato il partito della Confindustria), Francesco Nese, al tempo capo del Personale della Faema, tenne una conferenza su temi economici. Spiego, con la semplicità di cui lui solo era capace, la differenza fra produzione e produttività. L’Italia di 54 anni fa registrava la prima recessione economica, dopo il cosiddetto boom della fine anni ’50 inizi anni ’60. Francesco Nese ci fece comprendere che, dopo l’euforia provocata dallo sviluppo selvaggio, era necessario produrre di più con gli stessi mezzi e forza lavoro. Era necessario aumentare la produttività. Infatti, risulta effimero se si produce di più aumentando i costi, senza produrre utili da reinvestire. L’Italia deve aumentare la produttività, a tutti i livelli. Ad iniziare dallo Stato, vera palla al piede della nazione. L’unica cosa che cresce in Italia è lo Stato e con esso il debito pubblico che ha raggiunto il 132% del Pil, contro l’80 della media dei Paesi europei. Dal 1970 e per 20 anni successivi, i dipendenti pubblici sono aumentati di 94 mila unità all’anno; nel 2012 il numero di occupati è arrivato a 3 milioni 238 mila. Sono aumentati a dismisura i lavoratori “pubblici” e di pari passo è diminuita la produttività dello Stato, vero ostacolo per chiunque gestisce un’impresa privata o voglia aprirne una nuova. A proposito di statalismo, mi viene in mente un’altra lezione di Francesco Nese, una persona che è stata straordinariamente importante nella mia formazione. Era mio cugino e sapevo tante cose di lui, come quella volta che- Francesco veniva da una famiglia di funzionari governativi- dopo aver vinto il concorso pubblico per l’Agenzia delle Entrate (al tempo si chiamava Ufficio delle imposte) rifiutò quello che oggi viene visto come il posto al sole, per andare a lavorare nell’industria privata, iniziando dal primo livello. Un fatto del genere è inimmaginabile ai nostri giorni. Purtroppo, in Italia è cambiata la mentalità; anche al Nord si registrano decine di migliaia di candidati, per un solo posto di dipendente pubblico. Ma anche nelle aziende private il modo di porsi non è più quello efficentista di un tempo; ne sappiamo qualcosa noi che andiamo all’eterna ricerca della pubblicità per sostenere le nostre testate. Le persone sono eternamente in riunione o si fanno negare al telefono. Questo è il triste spaccato del nostro Paese, che deve ritrovare la strada giusta e andare alla ricerca della produttività.
Roberto Fronzuti

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