La vicenda Alitalia si avvia alla conclusione. Berlusconi formalmente ha vinto la partita ma molti dei problemi che avevano messo ko la compagnia di bandiera restano. Competere sul mercato del trasporto aereo non sarà facile anche perché gli altri vettori internazionali, negli anni dal 2001 ad oggi, si sono ristrutturati confrontandosi con il mercato e la concorrenza. Due concetti che in Alitalia non sono mai esistiti e che non esistono nemmeno in questa fase iniziale della CAI. L’opposizione afferma che sarebbe stato meglio vendere ad Air France-Klm, dalla maggioranza si ribatte che anche in quel piano c’erano costi molto elevati per l’Erario, quindi meglio preservare l’italianità della compagnia. A nessuno viene in mente che sul tavolo c’era anche un’altra soluzione: il fallimento. Dopo il 2001 in Europa sono già fallite le compagnie svizzera e belga, Swiss e Sabena che non avevano saputo adeguarsi ai cambiamenti del mercato. Eppure quelle compagnie erano oro rispetto ad Alitalia che dal 2003 ad oggi ha prodotto sei diversi piani industriali senza riuscire mai ad attuarne uno ed ha perso la bellezza di 3,5 miliardi di euro. Il fallimento avrebbe avuto certo conseguenze dolorose ma non tutte negative. Il valore della compagnia sarebbe stato determinato dal mercato e certamente sarebbe stato superiore a quello proposto da CAI. Inoltre si sarebbe avuta una vera liberalizzazione sulla tratta Roma-Milano, con indubbio vantaggio per i cittadini. Il costo degli ammortizzatori sociali poi non sarebbe stato di molto superiore a quello di oggi anche perché non ci sarebbero stati gli ammortizzatori speciali che garantiranno ai dipendenti in esubero sette anni di stipendio all’80 per cento. D’altro canto solo formalmente ci sarebbero stati 18.000 persone mandate a casa perché molte di queste sarebbero state riassorbite dalle aziende che avrebbero coperto gli spazi lasciati liberi da Alitalia. Il fallimento avrebbe inoltre fatto comprendere a molti, sindacati e classe politica, che un’azienda deve vivere seguendo le regole del mercato, e non sarebbe stato un risultato di poco conto. Solo che il fallimento non è venuto in mente a nessuno. O forse era venuto in mente al solo ministro Tremonti che, cosa del tutto anomala, non hai detto una parola sulla vicenda durante tutti questi mesi. Del resto Tremonti, nella precedente esperienza di governo del centro destra, fu l’unico a sostenere questa tesi che fra l’altro gli costò pesanti attacchi da parte di Fini che alla fine riuscì anche a fargli togliere il dicastero. Memore della lezione, o più probabilmente per non dispiacere Berlusconi che aveva sostenuto la tesi della cordata italiana, oggi ha preferito tacere. Non sarebbe stato male invece affermare anche in Italia, una volta tanto, che le aziende per vivere devono produrre profitti. Questo è il loro compito. Assolvendolo bene fanno anche gli interessi di tutta la collettività.
Giancarlo Magni

Non ci sono settori in italia che rispettino le regole del libero mercato e delle concorrenza. Se ce ne fossero, siete pregati di farcelo sapere.