
Oggi a Milano si giudica il lato oscuro del digitale
C’è un punto in cui la tecnologia smette di essere uno strumento e diventa un predatore. È il punto in cui gli algoritmi non si limitano a suggerire contenuti, ma imparano a riconoscere le fragilità emotive dei più giovani, le amplificano, le sfruttano e le trasformano in tempo di permanenza, in dati, in profitto.
Oggi, a Milano, questo meccanismo entra in un’aula di tribunale: il Moige, insieme a un gruppo di famiglie, sfida Meta e TikTok in una class action inibitoria che non riguarda solo la legge, ma la salute mentale di un’intera generazione.
È la prima in Italia e in Europa, e arriva nel momento in cui la società non può più fingere di non vedere.
La dipendenza digitale non è un’esagerazione retorica: è un processo neurobiologico costruito con precisione scientifica.
Il cervello dell’adolescente è in piena ristrutturazione: la corteccia prefrontale, quella che controlla gli impulsi e valuta i rischi, è immatura; il sistema dopaminergico, quello che cerca stimoli e gratificazioni, è iperattivo.
È il terreno perfetto per un algoritmo che osserva ogni gesto, ogni esitazione, ogni scroll più lento.
Ogni micro‑reazione diventa un dato, ogni dato diventa un indizio, ogni indizio diventa un punto debole.
L’algoritmo non giudica: sfrutta.
Una volta individuata la vulnerabilità, la piattaforma costruisce un flusso su misura.
Non un feed, ma un profilo psicologico dinamico.
Il minore riceve contenuti che lo trattengono, lo agitano, lo eccitano, lo rassicurano, lo destabilizzano.
È la logica del “ti conosco meglio di quanto tu conosca te stesso”.
Se è insicuro, vede modelli irraggiungibili.
Se è solo, trova comunità tossiche che lo accolgono e lo imprigionano.
Se è fragile, riceve contenuti che amplificano quella fragilità.
Non è un errore: è ottimizzazione.
Il cuore della trappola è il ciclo dopaminico: micro‑ricompense alternate a micro‑frustrazioni, come nelle slot machine. Attesa, gratificazione, craving, nuova gratificazione.
Il craving è la chiave: il desiderio compulsivo che spinge a tornare.
Il minore non “sceglie”: risponde a un condizionamento neurochimico. E gli effetti sono documentati: riduzione della capacità di concentrazione, aumento dell’ansia, disturbi del sonno, abbassamento dell’autostima, isolamento sociale, esposizione a contenuti estremi o autolesivi.
Il danno non è solo emotivo: è strutturale.
Il cervello in sviluppo viene modellato da un algoritmo che non ha alcun interesse per il suo benessere.
La parte più crudele è questa: il sistema non distingue. Non vede cognomi, non vede privilegi, non vede ruoli. Tra quei minori catturati ci possono essere anche i figli degli stessi ingegneri che hanno progettato gli algoritmi.
È un capitalismo che divora tutto, anche la propria progenie.
La macchina non conosce pietà, non conosce responsabilità, non conosce limiti. Conosce solo la curva di engagement.
Il Moige oggi chiede ciò che dovrebbe essere ovvio: che l’età minima di accesso venga realmente verificata; che i meccanismi di dipendenza vengano rimossi; che i rischi siano dichiarati apertamente.
Chiede che i minori non siano trattati come cavie di laboratorio. Dall’altra parte, Meta e TikTok si presentano con eserciti di avvocati, rinvii, eccezioni procedurali.
Non perché la questione sia complessa, ma perché ogni giorno in più significa milioni di interazioni, milioni di dati, milioni di profitti.
È la sproporzione assoluta tra chi difende i figli e chi difende il fatturato.
L’udienza di oggi non è solo un confronto giuridico: è un atto politico. Se il tribunale accoglie l’inibitoria, l’Italia diventa il primo Paese europeo a imporre un limite concreto al potere degli algoritmi. Non un dibattito, non una raccomandazione, ma un ordine del giudice. E questo apre una crepa nel muro di silenzio che da anni protegge i colossi digitali, costringendo l’Europa a uscire dall’ambiguità e a riconoscere che la tutela dei minori non può essere delegata a chi trae profitto dalla loro vulnerabilità.
A questo punto la domanda non riguarda più soltanto il valore della mente di un adolescente, ma il valore della nostra. Perché se continuiamo a tollerare un sistema che trasforma i minori in carburante per algoritmi predatori, allora non siamo più spettatori: siamo complici!
Abbiamo normalizzato un’economia che prospera sulla fragilità dei giovani e abbiamo accettato che il profitto possa divorare i nostri figli senza che nessuno si alzi dal tavolo.
Se l’udienza di oggi non basterà a fermare questa macchina, resterà una sola certezza: il prezzo del nostro silenzio lo pagheranno loro, gli adolescenti che non hanno scelto nulla e che stanno perdendo tutto.
E quando una società consegna i propri figli a un sistema che li manipola, li sfrutta e li consuma come scarti di produzione, allora il vero mostro non è più l’algoritmo: siamo noi, che abbiamo barattato la loro vita per la nostra indifferenza, e a quel punto non resta più nulla da giudicare se non la nostra vigliaccheria.
Angioletta Massimino

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