Anche se Roma non sarà mai la “parigi” italiana, la povertà intellettuale e morale del paese fa sì che un modesto sindaco della capitale possa assurgere a personalità attesa, uno incomprensibilmente e all’improvviso da ascoltare, pur da quarant’anni in scena a dirci la sua. Ma gli esiti sono andati più in là. Perché la sinistra orfana da decenni di passione vera, la sinistra che sulla qualità della propria passione aveva preteso una superiorità razziale, avrebbe avuto bisogno di eccitamento uterino per credere di vivere una delle sue tante svolte epocali che non hanno mai portato a nulla, se non al rinnovamento della peggiore destra. Invece al Lingotto Veltroni, maestro nella recita della passione politica, ha rinunciato a questa sua unica “chance” in cambio di un taglio impiegatizio, dal sottotitolo: basta sogni, è tempo di realtà! Il sindaco di Roma è passato a altro copione. Quale allievo della grande scuola dei guitti romani, da Cinecittà, a “Repubblica”, allo Strega, ha annusato che la recita della passione sarebbe stata carta troppo debole per saltare dalla serenità prodiana all’italica nuova frontiera, cullata “ante litteram” per decenni nell’odio amore degli ex compagni per l’”american way of life”, ma ormai più amore che odio. Che l’elemosina cattolica sia la caricatura del filantropismo massone, che le masturbazioni di quattro registi di Cinecittà sostituiscano il sogno dei Padri Pellegrini, che gli agritusimo delle cooperative rosse siano lo scenario polveroso della nostrana nuova frontiera, non bastava a riadattare un vestitino usato, a raccattare pezzi di laicità altrui per rattoppare la nostra povera laicità. Non fidandosi della recita della passione Veltroni ha mostrato fiuto e furba onestà, ammesso che l’onestà possa essere furba. Il sindaco di Roma sa bene che nelle condizioni attuali della sinistra la recita della passione è arma spuntata, come spuntati e da cartolina sono i rigurgiti del terzomondismo lapiriano. Il superamento dell’ulivismo piagnone, la convergenza dell’idea che non c’è nella sua illusione e quindi in una figura che senza incarnarla la rappresenta richiedeva altra strategia, il passaggio dalla recita della passione alla recita del realismo, e a questo s’è rifatto il suo discorso al Lingotto. Va detto però che la recita del realismo da sola segnerebbe il capolinea, non solo per Veltroni ma per un ambito generazionale troppo accondiscendente a credere nelle battaglie rossonere di padri e nonni e nella necessità di reiterarle ribellandosi in nome d’un nuovo che è solo il nuovo del tecnomercato. Così al Lingotto Veltroni ha inaugurato un’atellana di sinistra, la recita del realismo che, non si dimentichi, rischia di acchiappare il peggio del centrosinistra e il peggio del centro destra, attraverso un’operazione di antiqualunquismo radicale più realista del re, ossia d’un qualunquismo eletto a religione di regime. Nell’atellana di Veltroni però la recita del realismo prevede studiati e dosati ritorni alla recita della passione, una formula che potrebbe inaugurare gli stilemi emotivi d’un regime all’italiana costituzionalmente inappuntabile, con le sue garanzie e scadenze democratiche, ma sempre regime perché abbindolato dalla fede taumaturgica in una recita. Forse è nata un’inedita stagione politica, se il passaggio dalla recita della passione a quella del realismo altro non è che l’inizio della recita d’un sogno con cui chiunque può intrupparsi. E siffatta atellana non la direste democrazia?
Marzio Siracusa

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