Livorno. Debutterà venerdì 6 e sabato 7 febbraio, alle ore 20.30 al Teatro Goldoni di Livorno, per poi approdare al Teatro del Giglio di Lucca (14 e 15 febbraio) ed al Verdi di Pisa (21 e 22 febbraio), Il barbiere di Siviglia, il capolavoro di Gioachino Rossini proposto dai tre Teatri di Tradizione della Toscana quale nuova produzione del proprio progetto LTL Opera Studio, un’esperienza unica nel panorama nazionale di perfezionamento ed alta formazione condotta dal 2001 per i giovani cantanti e per le professioni legate al teatro musicale. Un percorso, quello del “Laboratorio Toscano per la Lirica”, a cui è stato tributato nel 2013 il prestigioso Premio della critica musicale “Franco Abbiati” per la categoria “migliore iniziativa” e che dallo scorso anno vede la partecipazione del Teatro Coccia di Novara dove il titolo rossiniano sarà rappresentato a novembre.
Con questa quattordicesima proposta, che vede il Goldoni di Livorno impegnato quale Teatro capofila, LTL apre ad una nuova fase: dopo aver esplorato titoli meno frequentati del repertorio lirico dall’età barocca al novecento, Opera Studio affronta con il Barbiere una delle opere più amate e rappresentate, considerata universalmente il capolavoro del compositore pesarese nell’ambito del genere dell’opera buffa,
Questa nuova edizione ha visto un gruppo di giovani cantanti provenienti dall’Italia e dall’estero (Spagna, Libano, Costa Rica) affrontare un lungo periodo di selezione e formazione, un difficile e meditato work in progress partito con le audizioni in estate e proseguito con i vari stages tenutisi nei Teatri interessati. Il gruppo si è così cimentato con rigore e grande coscienza esecutiva in alcuni dei ruoli più impervi della vocalità belcantistica, conciliando la preparazione tecnico-stilistica con il lavoro sul corpo, sul gesto, sull’approfondimento della psicologia dei personaggi loro affidati.
Ne è nato un nuovo, freschissimo, vitalissimo Barbiere grazie al lavoro in primis dei due responsabili artistici di questa nuova produzione: il direttore Nicola Paszkowski, formatosi sotto l’egida di grandi maestri quali Bellugi, Leitner e Giulini e che negli ultimi anni ha collaborato strettamente con Riccardo Muti, che lo ha voluto al suo fianco in numerose produzioni legate all’Orchestra Cherubini e al Ravenna Festival, ed il regista Alessio Pizzech, vecchia conoscenza delle stagioni liriche del Teatro Goldoni e dei Teatri del circuito toscano, già legato al Progetto Opera Studio dalla memorabile produzione di Ascesa e rovina della città di Mahagonny di Brecht- Weill realizzata nel 2009.
Due interpreti “didatti” e formatori: il M° Paszkowski portato a conciliare la fedeltà al dettato rossiniano – ricondotto sui binari filologici dell’edizione critica firmata da uno specialista rossiniano come Alberto Zedda – con un’attenta ricerca sulla parola cantata e su un vero e proprio “recitar cantando” rossiniano; il regista Pizzech incline a costruire una macchina scenica ed interpretativa tutta edificata sulla sublime architettura della partitura rossiniana che pur mantenendosi rispettosa della musica, mira a restituire la dimensione surreale e anticonvenzionale dell’infallibile drammaturgia musicale di Barbiere.
Tutto questo coadiuvato dall’elegante impianto ideato da uno scenografo del calibro di Pier Paolo Bisleri, che il pubblico dei Teatri toscani ha già avuto modo di ammirare nella lucida, amara Iris mascagnana firmata con il regista Federico Tiezzi nel 2006: un’asciutta ed ingegnosa scatola scenica, autentica ‘officina’ di meraviglie, in cui Pizzech concretizza lo scontro generazionale tra il vitalismo e l’intraprendenza dei personaggi più giovani – il barbiere Figaro e la coppia degli “amorosi”, Rosina e Almaviva – e la vecchia, retrograda, ottusa classe dell’ancien régime incarnata dal dottor Bartolo, che si troverà alla fine stritolato da una vera e propria “macchina infernale”. E’ il trionfo delle ascendenze illuministiche che permeano la partitura di Rossini, complici la pièce originale di Beaumarchais e la splendida rielaborazione librettistica di Cesare Sterbini: l’uomo nuovo che avanza, illuminando con la sua creatività e la sua esuberanza il vecchio mondo che fu.
Alla ‘levigatura’ finale contribuirà la straordinaria partecipazione dell’Orchestra Giovanile Italiana, il complesso nato da qualche decennio dall’esperienza di alta formazione della Scuola di Musica di Fiesole e che per la prima volta collabora con l’ Opera Studio, incrementando la fisionomia di grande laboratorio musicale propria di questo progetto toscano. Il disegno luci è di Claudio Schmid.
Un grande lavoro d’équipe per rendere questa nuova proposta del capolavoro rossiniano tutta all’insegna della giovanile freschezza, particolarmente avvincente anche per il pubblico delle nuove generazioni
Secondo la precisa scelta artistica che contraddistingue Opera Studio, la scelta dei personaggi ed interpreti che si alterneranno nelle diverse recite è frutto del progetto e del lavoro svolto ed ha portato a delinearsi tre cast distinti, omogenei per qualità vocali ed interpretative; si alterneranno così sul palcoscenico dei tre Teatri toscani Alfonso Zambuto / Bechara Moufarrej / Federico Buttazzo (Il Conte d’Almaviva), Diego Savini / Davide Franceschini / Veio Torcigliani (Don Bartolo), Laura Verrecchia / Alessia Martino (Rosina), William Hernandez / Carlo Checchi (Figaro), Eugenio Di Lieto / José Gabriel Morera (Don Basilio), Simona Marzilli / Máriam Guerra Chamorro / Lucia Conte (Berta), Federico Cucinotta / Lorenzo Malagola Barbieri / Massimiliano Svab (Fiorello), Andrea Gambuzza (Ambrogio).




Inguardabile. Queste interpretazioni di registi direttori scenografi etc etc, fanno perdere all’opera rossiniana tutto il fascino e la bellezza di come fu concrpita e scritta in origine. Avendola vista, fortunatamente, con costumi e scenografie più attinenti all’originale nei teatri di Venezia, la rappresentazione di Livorno risulta inguardabile. Un vero scempio. Certe interpretazioni secondo me andrebbero proibite. Il teatro Goldoni ha atteso una infinità di anni prima di riproporre l’opera di Rossini, sinceramente sarebbe stato meglio attendere ancora prima di vedere uno scandalo simile. Sicuramente Rossini si rivolterà nella tomba per chissà quanto tempo. Pur apprezzando l’orchestra e l’impegno dei giovani cantanti, il resto è un vero scempio, una presentazione indegna, non trasmette alcuna emozione, solamente buffonate. Vero che è un’opera buffa, ma non si può e non si deve trasformarla in ridicola. Se vogliamo paragonare questa opera rappresentata come si deve ad un pasto in un bel ristorante dove alla fine abbiamo gustato dei piatti sublimi che ci hanno lasciati pienamente appagati dalla loro raffinatezza e bontà, ecco che con questa rappresentazione ci hanno servito un bicchiere di aceto. Spero vivamente di non vedere mai più cose del genere, sprezzanti del bello e del raffinato.