Winnie Mandela, Graca Machel, Ellen Johnson Sirleaf: ecco le donne che hanno cambiato l’Africa moderna. Non sono le sole a essersi sedute sulle poltronissime del potere: ministre, premier più o meno ad interim e presidenti ce ne sono state più di una. Ameenah Gurib-Fakim, la mauriziana biologa e ambientalista, che si è appena dimessa travolta da uno scandalo finanziario, o Joyce Banda, primo presidente donna di un Paese dell’Africa meridionale, che ha guidato il Malawi dal 2012 al 2014. Ma quelle che tutti ricordano sono solo loro: fragili e forti, finite in una Storia che ha rischiato di stritolarle, hanno resistito e detto la loro per decenni, lontane dalle schermaglie quotidiane dei salotti del potere nostrano e abituate alla vista del sangue.
Per questo neri, bianchi, coloured sono tutti in fila all’8115 di Vilakazi Street, Soweto, per visitare la casa-museo che fu di Nelson e Winnie Mandela e che conserva ancora parte degli arredi originari e tante foto. Sono ex militanti anti-apartheid, turisti, curiosi; e sono lì per lui, Madiba, ma anche per lei, l’icona femminile più famosa d’Africa, simbolo di coraggiosa resistenza alle violenze del regime segregazionista bianco e poi sommersa da scandali e condanne per corruzione e violenza, che l’hanno messa in secondo piano, ma non le hanno fatto mai perdere l’investitura di ‘madre della Nazione’, tanto da avere funerali di Stato.
Mandiba e Winnie, la coppia di militanti eroi
Nell’immaginario di molti è ancora come in quella foto che campeggia sui mattoni rossi della casa di Soweto: giovane ed elegante mentre raccoglie l’acqua da un rubinetto all’aperto, rilasciata dopo 18 mesi di isolamento nella terrificante Prigione centrale di Pretoria. Era il 1970 e Mandela era già in carcere a Robben Island da sette anni. Per lei c’era una sorveglianza strettissima, limitazioni alla libertà, umiliazioni, il confino. Ma non mollava e le township nere la adoravano. In quella casa, Nelson e Winnie tornarono insieme nel 1990 dopo la liberazione del futuro presidente e premio Nobel, ma ci rimasero solo qualche giorno. La gente del Sudafrica in cerca di riscatto voleva la potenza del simbolo. E l’ebbe, ma per poco.
La coppia di militanti-eroi che aveva fatto sognare non c’era già più e la separazione di due anni dopo e il divorzio definitivo nel 1996 sancirono una rottura che si era ormai consumata. Winnie non era più la stessa, vittima di 27 anni di separazione e di una scelta di lotta politica violenta che nulla aveva a che vedere con l’idea di riconciliazione nazionale di Mandela. La creazione dell’ambiguo ‘Nelson Mandela United Football Club’, usato come corpo di guardia personale dai compiti non chiari, le accuse di aver ordinato torture contro chi era anche solo sospettato di collaborazionismo con il regime bianco, il coinvolgimento nel rapimento e nell’uccisione il primo gennaio 1989 del quattordicenne Stompie Moeketsi, accusato di essere un informatore della polizia, avevano fatto crollare la popolarità di Winnie e creato più di un problema all’African National Congress. Leggi tutto: http://www.affarinternazionali.it/2018/04/africa-donne-potere-winnie/

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