Un’ intervista in esclusiva col generale Giorgio Battisti offre informazioni molto preziose per una valutazione di quanto accade in Afghanistan. E offre, anche se indirettamente, criteri di importanti per evitare il peggio dopo il ritiro Usa e Nato.
Il Gen. Battisti, generale di Corpo d’Armata, è stato il primo comandante del contingente italiano in Afghanistan dal dicembre 2001 al maggio 2002 e ancora al comando di ISAF come capo di Stato Maggiore nel 2013/14.
“Nel 2003 ero lì: c’erano circa 10.000 americani, gli inglesi e 1.000 italiani con le milizie locali di supporto del nord. Non c’era l’esercito afghano”.
Il suo giudizio su quanto sta succedendo è netto e vede nella resa attuale la conclusione di errori precedenti di carattere politico e non militare.
“Per noi 50.000 militari italiani (uomini e donne) la vicenda ci ha scosso e lo siamo ancora. E’ un’immensa tragedia: vedere il sacrifico di 53 nostri colleghi soldati e oltre 700 feriti ci crea una tristezza incredibile”, dice commosso.
Ma si riprende e inizia la sua analisi.
“Da un impegno a fini antiterroristici, la missione è diventata di esportazione della democrazia, come è stato per le Primavere arabe. Non è quindi una sconfitta militare, ma politica – scandisce. Adesso la resa comporta abdicare anche verso i diritti umani. (soprattutto per i più giovani, nati in questi 20 anni). Ma si tratta di un’abdicazione della politica occidentale che lascia campo libero ad altre forze mondiali.”
E indica le responsabilità politiche che hanno portato a questa drammatica conclusione, con estrema e inedita precisione: Presidenza Bush nel 2003 e Presidenza Obama nel 2012.
“Nel 2003 ero lì: con 13.000 uomini diponibili tra americani, inglesi e italiani si riusciva a controllare il paese perchè i talebani erano sconfitti, erano scappati in Pakistan. I talebani li avevamo sconfitti sul terreno. Ma ci sono state delle scelte a livello di comunità internazionale e decisioni più dettate da una visione di politica interna che da una visione di geopolitica. In quel momento – accusa – è mancata la lungimiranza di dire: trattiamo coi talebani che sono rimasti”. Eravamo in una posizione di forza in grado di imporre le condizioni ai Talebani rimasti, i più erano scappati in Pakistan.
A Doha è successo esattamente il contrario: loro erano in condizioni di forza.
Nel 2003 se ci fosse stata questa lungimiranza, coinvolgendo anche il Pakistan, saremmo arrivati ad una situazione in cui i rimanenti talebani non avrebbero più fornito supporto ad Al Qaida, e probabilmente sarebbe finito tutto con un governo “inclusivo” per far uscire il paese dai successivi tanti anni di conflitto. Karzai (il presidente glamour sostenuto dagli occidentali, ndr) è un pashtun, un certo legame tra le famiglie c’è sempre stato. Non si è voluto fare questo perché si pensava di aver già vinto tutto sul terreno. Cullati a livello politico-strategico in questa presunzione di vittoria, non abbiamo pensato di ricostruire seriamente le FF.AA afghane”…….
Dopo la rinuncia alla vittoria nel 2003, prosegue, “avremmo potuto vincere ancora nel 2011. Con Obama i talebani erano di nuovo messi sotto pressione. Avevamo in pugno la seconda possibilità di vittoria. E anche allora se avessimo aperto un tavolo da una posizione di forza avremmo potuto concludere un intesa tra i Clan per un governo “inclusivo”. In definitiva abbiamo lasciato cadere due vittorie e ci siamo trovati una sconfitta. L’errore grosso nel 2003 l’ha fatto Bush quando ha dirottato tutte le principali risorse verso l’Iraq. Il secondo, quando Obama nel 2012 inizia il ritiro delle forze americane. Come se Roosevelt una volta occupata la Francia se ne fosse andato, E dalla fine del 2012 le forze Nato non hanno più combattuto”.
L’intervista è stata rilasciata in occasione di un incontro organizzato dal Circolo Avanti! di San Giovanni Valdarno coordinato da Francesco Carbini. All’incontro ha preso parte il prof. Paolo Quercia, docente di Studi strategici all’Università di Perugia.
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