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Adone Spadaccini, il custode del sogno pucciniano: la figlia Adonella racconta l’uomo che costruì il Festival

Per oltre mezzo secolo Adone Spadaccini ha dedicato la propria vita a Torre del Lago e a Giacomo Puccini, contribuendo in modo decisivo alla nascita e alla crescita del Festival Pucciniano. A sette anni dalla sua scomparsa, dopo l’intitolazione del foyer del Gran Teatro Puccini, la figlia Adonella ripercorre ricordi familiari, battaglie culturali, sogni incompiuti e il progetto di una “città pucciniana” capace di fare di Torre del Lago ciò che Salisburgo è per Mozart. Un racconto intenso che restituisce voce e memoria a uno dei protagonisti meno celebrati della storia del Festival.

di Stefano Mecenate | 16 Giugno 2026
adone nel suo studio a Torre del Lago

Giovedì 21 maggio 2026 alle ore 18.30 si è svolta la cerimonia ufficiale di intitolazione del foyer del Gran Teatro Puccini di Torre del Lago e la svelatura del busto di Adone Spadaccini, una scultura in bronzo realizzata dalla Fonderia Artistica Mariani di Pietrasanta su modello dello scultore Giancarlo Buratti.

Sono trascorsi 7 anni e mezzo dalla morte di Adone Spadaccini prima che qualcuno sentisse il bisogno di rendere degnamente omaggio all’uomo che ha “creato” il festival Puccini e gli ha dedicato la sua vita, il suo entusiasmo, il suo amore.

Ma chi era Adone Spadaccini?

Il figlio di Ultimo Spadaccini, per 10 anni a servizio di Giacomo Puccini in qualità di meccanico-autista-uomo di fiducia. Un ragazzo che a sette anni ha visto la Butterfly davanti alla villa dove Puccini era vissuto, proprio come il Maestro aveva auspicato parlando con Forzano, e ha deciso di dedicare la propria vita al Maestro lucchese e a Torre del Lago. Un uomo che ha creduto in un sogno e gli ha dato gambe superando ogni ostacolo, ogni ritrosia, ogni tentativo di affossarlo.

Fin dal 1954 siede nel Comitato direttivo del Festival Pucciniano, nato nel 1930; nel 1966 studia e realizza il trasloco del teatro, riuscendo a ottenere il terreno con comodato annuale da un proprietario di torbiere. “Ma alla fine di ogni estate il teatro andava smontato, tanto che quelli del Pci locale, avversi al Festival, ci definivano i circensi” dice a Gregorio Moppi in una intervista.

Nel 1971, con l’amministrazione Gemignani, nacque il “Centro per la diffusione della cultura musicale Giacomo Puccini”, alla cui presidenza venne designato proprio Adone. Nel 1974, in queste vesti Spadaccini – insieme all’allora sindaco Federigo Gimignani e ad Enzo Ducci – approdò a New York, portando con sè una piccola statua di bronzo di Puccini che hanno presentato al Metropolitan.

«Soldi per pagare gli artisti ce n’erano pochi – dice ancora nell’intervista – e neppure camere per alloggiarli. Eppure le star riuscivamo comunque ad acciuffarle». Era proprio Adone che, con un piccolo gruppo di amici e di appassionati, partiva per spedizioni avventurose per recarsi nei teatri e contattare gli artisti che si rendevano sempre disponibili per cantare davanti alla casa del maestro. L’elenco che Spadaccini ricorda è davvero corposo: Tito Gobbi, Mario Del Monaco, Franco Corelli, Luciano Pavarotti, Jose Carreras, Placido Domingo, Magda Olivero, Raina Kabaivanska, Mirella Freni, Katia Ricciarelli, Cecilia Gasdia, Renata Scotto, Birgit Nilson, Mietta Sighele, Mario Monicelli, Attilio Colonnello… solo per citarne alcuni.

Adone Spadaccini, Adriana Maliponte, Miss Gibbs, Ghigo Gemignani,

Dal 1973 al 1978 è presidente del Festival, ma la sua opera va ben oltre il ruolo istituzionale: fin quando gli è stata data la possibilità si è adoperato affinché questa manifestazione potesse contare sui migliori interpreti del momento, i migliori direttori, i migliori registi. Ma ha fatto ancora di più: voleva che Torre del Lago fosse per Puccini quello che Salisburgo è per Mozart e Bayreuth per Wagner. Aveva progettato un Puccineum ma non è stato ascoltato e quel luogo tanto amato da Puccini “Gaudio supremo, paradiso, eden, empireo, «turris eburnea», «vas spirituale», reggia… Abitanti 120, 12 case. Paese tranquillo, con macchie splendide fino al mare, popolate di daini, cignali, lepri, conigli, fagiani, beccacce, merli, fringuelli e passere. Padule immenso. Tramonti lussuriosi e straordinari. Aria maccheronica d’estate, splendida di primavera e di autunno. Vento dominante, di estate il maestrale, d’inverno il grecale o il libeccio. Oltre i 120 abitanti sopradetti, i canali navigabili e le troglodite capanne di falasco, ci sono diverse folaghe, fischioni, tuffetti e mestoloni, certo più intelligenti degli abitanti, perché difficili ad accostarsi” oggi si sveglia (e nemmeno troppo) una volta l’anno per riproporre un Festival che per troppi anni ha perso credito ed oggi a fatica cerca di ritirarsi su, grazie allo sforzo di una nuova dirigenza.

Adone e Ginger Rogers

Ci sarebbe ancora troppo da dire, ma preferiamo che a parlarne sia la figlia, Adonella, che gli è stata a fianco sostenendolo e incoraggiandolo anche nei momenti più difficili.

Sette anni fa si spengeva, ultranoventenne, Adone Spadaccini, tuo padre. Lo puoi ricordare ai tanti che non lo hanno conosciuto, per motivo di età ma anche per una sorta di inspiegabile silenzio che lo ha accompagnato già da quando era in vita?

Innanzitutto devo dire che mio padre si chiamava Adone Raffaello Spadaccini. Fu costretto a rinunciare al secondo nome a causa di un errore nel codice fiscale, e questo gli procurò sempre un certo dispiacere, perché ne andava molto fiero. È stato un uomo fortunato. Fortunato perché, pur con fatica e determinazione, è riuscito quasi sempre a realizzare ciò che desiderava. Da giovane si innamorò di mia madre, Francesca, e riuscì a conquistarla dopo un lungo e serrato corteggiamento. Dal loro matrimonio siamo nati io e mio fratello Paolo: due figli tranquilli, anche se molto diversi. Io, la più piccola, ero più ribelle e spontanea; Paolo più riflessivo e sornione. Papà è stato un padre autorevole, ma mai autoritario. Non ci ha mai dato uno schiaffo: bastava uno sguardo perché comprendessimo immediatamente ciò che si aspettava da noi. Era però anche un padre molto presente e, per certi aspetti, dominante. Scelse lui il percorso di studi che avremmo dovuto intraprendere, soprattutto nel mio caso. Dovetti lottare per convincerlo a lasciarmi frequentare l’Istituto Statale d’Arte di Pisa, perché lui mi voleva maestra elementare. Lo stesso accadde più tardi con l’università: mi impedì di iscrivermi ad Architettura e mi indirizzò verso Lettere Moderne a indirizzo artistico, un percorso che non conclusi perché sentivo che non apparteneva alla mia natura. In seguito approdai al mondo dell’informatica, un salto notevole rispetto alla mia indole artistica. Con lui ho sempre avuto un rapporto diretto, quasi uno scontro continuo tra due caratteri molto simili. Alcuni suoi comportamenti e certe sue leggerezze non gliele ho mai completamente perdonate. Gli ripetevo spesso: «Io so che tu sai che io so». E lui, sorridendo, mi rispondeva: «Ma che discorsi mi fai, badessa?», perché così mi chiamava quando lo rimproveravo per qualche sua marachella. So, perché me lo ha detto più volte, che mi ha sempre stimata. Apprezzava il mio carattere combattivo e forte, che riconosceva simile al suo. Era orgoglioso anche della mia scelta di vita e del matrimonio con Valtere, un uomo che stimava profondamente e nel quale ritrovava molti aspetti del proprio modo di agire. E poi gli avevo fatto un regalo che considerava speciale: mio figlio Adone Michelangelo. Lui, Adone Raffaello, era felicissimo che il nipote portasse il suo nome. Lo ha amato come un figlio e ha potuto dedicargli molto più tempo di quanto ne avesse dedicato a me e a Paolo. Due giorni prima di lasciarci mi ringraziò per come lo avevo assistito e confortato negli ultimi anni della sua vita. È un ricordo che porto nel cuore. Mio padre, Adone Spadaccini, è stato uno dei protagonisti della nascita e della crescita del Festival Puccini. Ha dedicato la sua esistenza a trasformare un sogno in una realtà concreta, contribuendo in modo decisivo alla costruzione del teatro e allo sviluppo di tutto ciò che oggi rappresenta il mondo pucciniano a Torre del Lago. Pur condividendo il progetto del teatro, riteneva che, per ragioni acustiche, avrebbe dovuto essere collocato in una posizione diversa. Negli ultimi anni della sua vita, tuttavia, attorno alla sua figura è calato un silenzio difficile da comprendere. Un silenzio che ho sempre considerato ingiusto, soprattutto per chi conosceva davvero l’impegno, la passione e i sacrifici che aveva dedicato al Festival. Mio padre non ha mai cercato riconoscimenti personali, ma soffriva nel vedere affievolirsi la memoria del proprio contributo. Per questo considero particolarmente importante ciò che è accaduto in seguito. L’attuale presidente, Fabrizio Miracolo, pur non avendo conosciuto mio padre, ha dimostrato una sensibilità rara. Dopo aver letto il libro che gli ho donato, Adone del lago. Quasi una biografia, scritto dalla professoressa Marilena Cheli e pubblicato da Dream BOOK Edizioni, ha saputo comprendere profondamente la figura di mio padre e il ruolo che ha avuto nella storia del Festival. Credo che questo gli faccia grande onore. Forse era necessario lo sguardo di una persona estranea alle tradizionali dinamiche locali, né torrelaghese né viareggina, per riconoscere con serenità il valore di chi ha contribuito a costruire qualcosa di importante per tutti. L’intitolazione del foyer ad Adone Spadaccini non rappresenta soltanto un omaggio personale: è un gesto di giustizia morale e culturale che restituisce il giusto posto a una figura fondamentale nella storia del Festival Puccini.

 Adone è indissolubilmente legato a Torre del Lago e a Puccini – un binomio che ha radici antiche ma che si è nutrito di sogni, di speranze e… di delusioni

Sì, per mio padre Adone Spadaccini, Torre del Lago Puccini e Giacomo Puccini erano un binomio inseparabile. Non si trattava solo di un legame culturale o professionale, ma di una vera missione di vita, vissuta con passione, orgoglio e anche con molta sofferenza.

Il suo sogno più grande era dare prestigio e soprattutto stabilità al Festival, realizzando finalmente un teatro stabile degno del nome di Giacomo Puccini. Quel sogno, alla fine, è diventato realtà ed è stata certamente una delle più grandi soddisfazioni della sua vita. Tuttavia, il cammino per raggiungere questo obiettivo è stato lungo e difficile.

Accanto ai sogni e alle speranze ci sono state anche molte delusioni. Mio padre ha dovuto lottare continuamente per ottenere attenzione, sostegno e finanziamenti, trovando spesso più ostacoli che aiuti, soprattutto a livello locale. Questo gli pesava molto, perché era convinto che Torre del Lago dovesse valorizzare maggiormente la propria identità pucciniana.

So che non tutti condivideranno queste parole, ma credo che troppo spesso, nel corso degli anni, la cultura e la musica di Puccini non siano state considerate come meritavano, né dalla città di Viareggio né, talvolta, dalle stesse istituzioni. Si è dato più spazio ad altre iniziative, al divertimento, al Carnevale e agli eventi popolari, mentre il patrimonio culturale rappresentato da Puccini avrebbe meritato una visione più lungimirante.

Basti pensare a quanto sta accadendo oggi con il ponticello Liù, diventato oggetto di polemiche e strumento di scontro politico tra le forze di opposizione e l’attuale sindaco di Viareggio, Giorgio Del Ghingaro.

Mio padre ha affrontato molte battaglie: con le amministrazioni comunali, con la Provincia e con la Regione. Eppure non ha mai smesso di impegnarsi per garantire le stagioni liriche, trovare le risorse necessarie e difendere il Festival nei momenti più difficili. Era convinto che quel patrimonio non appartenesse a pochi, ma fosse un bene di tutti, da custodire e far crescere. Ha vissuto sulla propria pelle anche il significato di un antico detto: nessuno è profeta nella propria terra. Ma il tempo, alla fine, sa rendere giustizia. Oggi molte persone hanno finalmente compreso quanto sia stato importante il contributo di Adone Spadaccini alla storia del Festival Pucciniano e di Torre del Lago.

C’era, in lui, una visione di Torre del Lago come luogo realmente dedicato al compositore lucchese, com’è Salisburgo per Mozart o Bayreuth per Wagner. Il suo “Puccineum” era molto di più di un teatro o di un sacrario, era un luogo, anzi “il luogo” prediletto di Puccini, dove la presenza del Maestro era rimasta ben oltre la tomba contenuta nella sua villa. Perché, secondo te, nessuno ha colto l’importanza del suo progetto? 

Adone Spadaccini aveva una visione molto più ampia. Per lui il Festival non era soltanto un teatro, una stagione lirica o un luogo celebrativo. Era il progetto di trasformare Torre del Lago Puccini in una vera città pucciniana, un luogo dove si potesse respirare la presenza di Giacomo Puccini in ogni momento: passeggiando per le strade, vivendo il paese, entrando nella sua atmosfera. Un po’ come accade a Salisburgo con Mozart o a Bayreuth con Wagner.

Questa visione nasceva dal suo profondo amore per la cultura. Mio padre era convinto che fosse più importante “essere” che “avere”, un valore che ha trasmesso a me e a mio fratello Paolo, e che noi, a nostra volta, abbiamo cercato di trasmettere ai nostri figli. Per lui la cultura non era un ornamento o uno strumento di prestigio sociale, ma una forma di crescita interiore, di identità e di appartenenza. Credo che questa sensibilità gli derivasse anche dalla figura dello zio Adone Del Cima, fratello di mia nonna Ottavia. Fu l’unico comandante della Corazzata Roma, affondata dai tedeschi nel 1943. Mio padre era molto legato al suo ricordo e amava profondamente il nome Adone, tanto da darlo a me e, successivamente, io a mio figlio Adone Michelangelo. Pur essendo stata una presenza breve nella sua vita, lo zio Adone lasciò un segno profondo, contribuendo a formare il suo carattere, il suo senso della disciplina e la sua visione del mondo.

Ma ahimé anche lo zio Adone, non ha ricevuto molta attenzione da parte delle autorità locali e della cittadinanza.

Tornando a mio padre, già nel 1979, riuscì a promuovere un’iniziativa molto interessante, proprio quando dovette scegliere l’argomento della sua tesi di laurea – si laureò in Scienze Politiche con dignità di stampa dopo i cinquant’anni – propose uno studio su una “città-teatro” da realizzare proprio a Torre del Lago. La città-teatro, nelle sue intenzioni, non doveva essere soltanto un luogo di rappresentazione, ma uno spazio di interazione sociale, capace di riportare il teatro alle sue origini più autentiche e democratiche: quelle dell’anfiteatro greco, del teatro medievale nelle piazze e della commedia dell’arte negli spazi aperti. Ricordo ancora che io e le mie cugine, Gisa e Alessandra, distribuivamo questionari al pubblico che assisteva alle opere. Una volta raccolte le schede, fui ospitata presso il centro meccanografico del Comune di Viareggio, dove le inserii nel computer con l’aiuto di alcune dipendenti comunali. I dati furono poi elaborati e costituirono una parte importante della tesi di mio padre. Papà viaggiava molto, osservava e studiava le realtà culturali europee. Fu proprio dopo un viaggio a Vienna che maturò ancora più fortemente l’idea che Torre del Lago potesse diventare una “piccola Salisburgo”: un luogo riconosciuto nel mondo non soltanto per il teatro sul lago, ma per una presenza viva e diffusa di Puccini in tutto il territorio. La sua idea, probabilmente, non fu compresa fino in fondo perché era molto avanti rispetto ai tempi. Richiedeva coraggio culturale, investimenti e soprattutto la capacità di comprendere che la cultura non è qualcosa di separato dalla vita quotidiana di una comunità, ma può diventarne l’anima e il motore.

Per questo mi fa piacere vedere che oggi questo concetto sia diventato fonte di ispirazione anche per l’attuale presidente Fabrizio Miracolo, che ha dimostrato di voler raccogliere quella visione e cercare di realizzarla. Sarebbe il modo più bello per dare continuità al sogno di mio padre: fare in modo che a Torre del Lago si possa davvero respirare Puccini ovunque, non soltanto guardando il lago o entrando a teatro, ma vivendo il paese nella sua interezza.

Quel teatro che oggi guarda il lago è, in fondo, un po’ di Adone; a lui dobbiamo molto se non tutto dal l’idea e la realizzazione dei primi eventi, alla nascita del Festival, alla presenza di grandissimi artisti che hanno calcato il palcoscenico. Ma ci sono voluti proprio 7 anni dalla morte perché qualcuno pensasse di rendergli omaggio dedicandogli qualcosa all’interno del teatro come è accaduto adesso…

Quel teatro che oggi si affaccia sul lago porta certamente dentro di sé molto di mio padre, Adone Spadaccini. Non solo per il ruolo fondamentale che ebbe nella nascita del Festival e in tutto ciò che ho ricordato finora, ma perché quel progetto rappresentava per lui una parte della propria vita, quasi una missione personale.

Per questo è inevitabile chiedersi perché siano dovuti trascorrere sette anni prima che qualcuno pensasse a un riconoscimento concreto all’interno del teatro. Credo che la risposta sia semplice: serviva una persona dotata di onestà intellettuale, sensibilità e autentico amore per la cultura e per il bello. Qualcuno capace di andare oltre le dinamiche personali o politiche e di riconoscere, con serenità e obiettività, ciò che una persona ha realmente fatto.

Per questo desidero esprimere la mia gratitudine all’attuale presidente, Fabrizio Miracolo, che ha avuto questa sensibilità. Allo stesso tempo, voglio ricordare con affetto Gisa Mazza che ha sempre dimostrato grande considerazione e rispetto umano e soprattutto quando venne pubblicato “Adone… quasi una Biografia” e lei era presidente del Festival, ospitò la presentazione del libro nel giardino del teatro. Al di là dei riconoscimenti ufficiali, ci sono episodi che raccontano molto più di tante parole. Negli ultimi anni della sua vita mio padre continuava ad amare profondamente il teatro e il Festival, anche quando non era più autonomo. Io e mio marito lo accompagnavamo spesso agli spettacoli, soprattutto perché per lui il rientro notturno era diventato difficile. Molte volte era con noi anche il caro amico Marco Landucci, che gli è stato vicino con un affetto straordinario, talvolta persino più di un figlio.

Eppure, paradossalmente, un uomo che aveva dedicato la propria vita alla costruzione di quel teatro doveva recarsi personalmente in biglietteria, spesso con largo anticipo e facendo la fila, per ottenere un ingresso. Per dignità si è sempre rifiutato di acquistare il biglietto. Non per una questione economica – avrebbe potuto comprarne decine o centinaia – ma per una ragione morale.

Mi diceva spesso: «Cara Adonella, invece di farmi elemosinare un biglietto, dovrebbero darmi un pass con scritto “Presidente Emerito”».

Sentiva profondamente che quel teatro era parte della sua esistenza, del suo lavoro, dei suoi sacrifici; era una parte integrante della sua vita. E probabilmente soffriva nel constatare quanto facilmente si dimentichino coloro che hanno contribuito a costruire qualcosa di così importante.

Ricordo ancora che il giorno del suo funerale, il 3 gennaio 2019, proprio davanti alla bara di mio padre, in chiesa, rimproverai il signor Moretti per il modo in cui era stato trattato. Trovavo inaccettabile che un uomo come lui fosse costretto a elemosinare un biglietto per sé e per me, che lo accompagnavo agli spettacoli, mentre mio marito provvedeva ad acquistarli in biglietteria.

Tra l’altro, si trattava di biglietti modesti, perché mio padre preferiva seguire l’opera dalle gradinate. Sosteneva infatti che il vero intenditore non sieda in prima fila, sia per ragioni acustiche sia per poter cogliere meglio la visione complessiva dello spettacolo.

Per tutte queste ragioni, l’intitolazione del foyer ad Adone Spadaccini non è soltanto un gesto di memoria o di riconoscenza: è, soprattutto, un atto di giustizia.

Poco si è detto dell’artista che ha realizzato il busto collocato nel foyer del teatro: chi è? Quale rapporto ha avuto con te e tuo fratello Paolo?

È giusto parlare anche dell’artista che ha realizzato il busto di mio padre, perché il risultato finale è stato davvero straordinario. Lo scultore è Giancarlo Buratti, una persona della mia stessa età, con la quale si è creato subito un rapporto di grande sintonia umana oltre che artistica. Un feeling tra noi che si è subito instaurato a pelle… Quando io e mio marito, l’architetto Valtere Prunetti, siamo entrati per la prima volta nel suo atelier ci siamo emozionati profondamente. Entrambi proveniamo dall’Istituto Statale d’Arte di Pisa e nel triennio avevamo lavorato molto con la creta e con i bassorilievi. Ritrovare quell’atmosfera, quell’odore del laboratorio, gli strumenti, le opere in lavorazione, è stato come fare un meraviglioso tuffo nel passato. Giancarlo, invece, arriva da studi classici e poi dall’Accademia; è figlio d’arte e dal padre, Urbano Buratti, ha ereditato quello splendido laboratorio e una sensibilità artistica molto rara. È una persona estremamente gentile, paziente e scrupolosa. Ci chiedeva spesso di raggiungerlo al mattino, quando la luce naturale era migliore, perché il chiaroscuro gli permetteva di cogliere meglio le espressioni e capire dove intervenire sul ritratto: aggiungere un po’ di creta, toglierne altrove, correggere un dettaglio. Devo ammettere che l’ho anche assillato, forse persino snervato, perché tenevo moltissimo che il volto di mio padre restituisse davvero la sua anima e la sua espressione. Ma Giancarlo ha avuto una pazienza infinita e il risultato finale, secondo me, è stato eccellente. E non era affatto semplice e scontato perché realizzare un ritratto basandosi su fotografie è una delle cose più difficili per uno scultore. Ho voluto che Giancarlo fosse vicino a me e a mio fratello Paolo durante lo svelamento del busto, perché ritenevo giusto condividere con lui quel momento così importante. E che firmasse la sua opera perché credo che un lavoro di tale qualità meriti di portare il nome del suo autore. Mi dispiace sinceramente che non sia stato celebrato come avrebbe meritato dai mezzi di informazione. Giancarlo è una persona molto riservata, quasi schiva, ma credo sia doveroso riconoscergli pubblicamente il grande lavoro artistico e umano che ha fatto.

Se si esclude una pubblicazione a lui dedicata, (Adone del lago, Quasi una biografia di Marilena Cheli, dreamBOOK edizioni) poco è stato scritto su Adone e sulla sua attività per il Festival Pucciniano e Torre del Lago. Non pensi che le istituzioni dovrebbero fare qualcosa per custodirne e trasmetterne la memoria?

Ne abbiamo parlato più volte io e te, caro Stefano, e recentemente anche con mio fratello Paolo. Il tema della memoria, della trasmissione dei valori e del riconoscimento storico non riguarda soltanto nostro padre, ma ciò che una comunità decide di conservare e tramandare alle nuove generazioni. Mio padre conservava tutto. Tra i suoi documenti ho perfino trovato una lettera dell’allora sovrintendente della Scala di Milano, Paolo Grassi Cappelli, indirizzata al Teatro Bol’šoj di Mosca per raccomandare un’accoglienza speciale durante una sua visita. Sono testimonianze preziose di una vita straordinaria. Paolo e io, anche per volontà di nostro padre, ci siamo in qualche modo divisi i compiti. Lui ha sempre seguito più da vicino tutto ciò che riguarda il mondo pucciniano e possiede una profonda cultura musicale. Io, invece, anche per il nome che porto e che come già detto ho dato a mio figlio, Adone Michelangelo, mi sono dedicata soprattutto a mantenere viva la memoria del comandante Adone Del Cima, affondato con la corazzata Roma. Su questo fronte sto cercando di raggiungere un obiettivo al quale mio padre teneva profondamente e che non riuscì mai a realizzare. Lo sto facendo esclusivamente con le mie forze, senza appoggi o scorciatoie. Quando sarà il momento ne parlerò pubblicamente. Anche per il comandante Adone Del Cima, al di là dell’intitolazione di una via a Torre del Lago e del monumento ai caduti in Piazza della Pace, si fa ancora troppo poco. Ogni 9 settembre, anniversario dell’affondamento della corazzata Roma, le celebrazioni sono modeste e la partecipazione della cittadinanza è quasi assente. A mantenere vivo il ricordo restano soprattutto i familiari, l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia di Viareggio, guidata da Maurizio Tonazzini, la Capitaneria di Porto e alcuni marinai che con dedizione si prendono cura del monumento. Per quanto riguarda mio padre, credo sinceramente che le istituzioni dovrebbero fare di più per difendere e trasmettere la memoria di ciò che ha rappresentato per il Festival Puccini e per Torre del Lago. Non si tratta di celebrazioni retoriche, ma di costruire qualcosa che possa parlare anche alle nuove generazioni: una fondazione, una borsa di studio o un progetto culturale permanente. Proprio pochi giorni fa ho lanciato questa proposta a mio fratello Paolo. Vedremo se riusciremo a portarla avanti insieme. Sarebbe bello che il nome di Adone Spadaccini non restasse soltanto nel ricordo di chi lo ha conosciuto, ma diventasse un esempio vivo per chi verrà dopo. Mi piacerebbe inoltre realizzare un’iniziativa che ricordi insieme i due Adone della nostra famiglia: Adone Spadaccini e il comandante Adone Del Cima.

Guardandoti indietro agli anni trascorsi con lui, a ciò che hai vissuto e, forse ancor più, a ciò che hai ascoltato da coloro che hanno condiviso con lui questa straordinaria avventura, qual è il pensiero che vorresti lasciare?

Ricordo che da bambina, nella nostra casa, soprattutto attorno al tavolo della cucina, si riunivano spesso mio padre insieme a Enzo Ducci, al professor Mario Fedrigo, a Marcello Parducci e ad altri amici che purtroppo oggi non ci sono più. Io mi nascondevo sotto il tavolo e ascoltavo i loro discorsi. Erano conversazioni piene di entusiasmo, di progetti, di musica e di sogni. Si parlava di Puccini, di Torre del Lago, del Festival e di tutto ciò che si poteva fare per farlo crescere. Ho sempre sentito con quanta passione mio padre parlasse della musica di Giacomo Puccini e dello stesso Maestro. Era un amore autentico, profondo, totalizzante. Devo confessare che da bambina e da ragazza, a volte, ne ero persino gelosa. Mi sembrava che Puccini mi portasse via una parte del mio papà, che dovessi condividerlo con il Festival, con il teatro e con un mondo che reclamava continuamente la sua attenzione. Così trascorrevo molto tempo con mia madre Francesca, una donna straordinaria, bella nell’anima oltre che nell’aspetto. È stata lei il punto di equilibrio della nostra famiglia. Ha saputo sostenere e accompagnare mio padre per tutta la vita, con una forza silenziosa e una straordinaria intelligenza. Lui la chiamava affettuosamente “la regina della casa” e, in effetti, era proprio così. Dietro il carattere impetuoso e passionale di Adone c’era la sua presenza discreta ma fondamentale. Mamma lo ha sostenuto e, talvolta, anche sopportato, perché mio padre non è sempre stato un marito facile. Eppure è stata proprio la sua forza tranquilla a rendere possibile gran parte di ciò che lui ha costruito. La nostra casa era sempre aperta. Nel corso degli anni vi sono passati grandi cantanti, direttori d’orchestra, registi e artisti che partecipavano al Festival Puccini. Molti di loro sono diventati amici sinceri della nostra famiglia. Questo racconta molto della capacità di mio padre di creare rapporti umani autentici, fondati sull’amicizia e sulla condivisione di una passione comune.

Con il passare degli anni ho compreso che quell’amore così intenso per la musica, per la cultura e per Puccini non ci aveva tolto qualcosa. Al contrario, ci ha lasciato un’eredità immensa. Se c’è una cosa che mio padre mi ha insegnato, è che vale la pena dedicare la propria vita a ciò che si ama davvero. La cultura, la musica e la bellezza non sono realtà astratte: sono ciò che costruisce identità, memoria e futuro. Mio padre ha vissuto inseguendo un sogno più grande di lui, affrontando sacrifici e difficoltà, ma lasciando qualcosa che oggi appartiene a tutti.

Oggi quando entro nel teatro sul lago o ascolto la musica di Puccini, penso al mio papà. A un uomo generoso, appassionato, pieno di difetti come tutti noi, ma capace di dedicare la propria vita a ciò che amava profondamente. E forse è proprio questo il significato più autentico della sua storia: aver trasformato una passione personale in un patrimonio collettivo, capace ancora oggi di parlare alle nuove generazioni.

Stefano Mecenate

Pubblicato in : Cultura ed eventi

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Cremonese Antonio

    16 Giugno 2026 alle 19:18

    bellissima intervista.per me,che ho lavorato a Torre come direttore di palcoscenico per circa 35 anni….Adone è sempre stato un punto di riferimento,un simbolo pucciniano con cui era gradevolissimo parlare.Ciao Adone,caro amico. Tony Cremonese dal 1982 ,Turandot di Puccini con la,regiadel M.Bussotti.

    Rispondi

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