Molti ritengono che il fatto politico più importante dell’intera settimana sia stato rappresentato dallo scontro e dalle divisioni in atto, nella maggioranza e opposizione e all’interno di entrambe, in ordine al piano europeo della ripresa finanziato da strumenti di debito quali il MES o gli Eurobond. E invece la decisione è stata già presa – attese le conclusioni dell’Eurogruppo e le dichiarazioni successive dei capi di Stato e di Governo che saranno riuniti il prossimo 23 aprile per l’approvazione finale – e quindi sarà giocoforza per l’Italia accedere al riparto dei 36-37 miliardi messi a disposizione dal Mes cosiddetto “senza condizionalità”.
Su questo strumento di finanziamento, il Movimento Cinque Stelle è stato finora nettamente contrario all’adesione, ma la strettissima e immediata esigenza di liquidità necessaria per le imprese e famiglie italiane costringerà gran parte del Movimento a cambiare opinione, se vuole conservare parte del potere acquisito. Peraltro, non sarebbe una novità; come infatti è già accaduto su temi e argomenti altrettanto decisivi per la conquista e il mantenimento del potere.
Tanto premesso, la notizia che intendo invece commentare, e che però in qualche modo trae spunto da quanto già espresso, riguarda la designazione di Carlo Bonomi a presidente di Confindustria per il periodo 2020-2024. Il voto espresso in Consiglio generale è stato molto netto, tanto da destare la negativa “sorpresa” della sfidante Licia Mattioli: 123 voti a 60 per il numero uno di Asso-lombarda.
Dalle prime dichiarazioni di Bonomi sono emersi subito alcuni punti irrinunciabili del suo programma: 1) una nuova strategia politica basata su crescita e investimenti produttivi; 2) una ripresa necessaria ma incentrata esclusivamente sull’attività d’impresa 3) una rappresentanza sindacale che tenga aperta la porta a tutti i partiti ma assuma come interlocutore prioritario i governi giudicati in base alle misure concrete adottate o da adottare.
Le linee di questa politica confindustriale sembrano dunque di maggiore discontinuità, e non invece continuità, rispetto alle linee intraprese nel passato, almeno quello più recente. In particolare, due sono stati i passaggi della dichiarazione post voto, che manifestano la linea del cambiamento soprattutto in questa fase di emergenza e di ricostruzione: “riaprire la produzione perché solo essa dà reddito e lavoro, non certo lo Stato come molti vorrebbero, dimenticando che non ha le risorse” e “si può cambiare partendo dal basso con i contratti tra forze del lavoro. Con i contratti vanno costruite regole e incentivi per l’Italia della crescita stabile e dell’inclusione sociale. E non funziona il salario minimo per legge”.
Benvenuto Presidente!
Angelo Giubileo

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