
È morto Mimmo Jodice, e con lui si spegne uno degli ultimi occhi capaci di vedere davvero. La notizia scivola via come tutte le altre, inghiottita dal rumore: siamo ormai una nazione di ciechi che scattano selfie, incapaci di distinguere un maestro da un influencer. Questo è il destino dell’Italia: aver fatto della bellezza una vetrina e della memoria un impiccio.
Jodice non fotografava: fermava il respiro delle cose. Le sue immagini erano silenzi di pietra, città sospese tra l’essere e il dissolversi. Napoli , la sua Napoli , non era mai cartolina né abisso: era carne e lacerazione, luce che brucia e ombra che accusa. In ogni scatto vibrava la domanda che questo Paese non osa più pronunciare: che cosa resta dell’uomo quando l’immagine divora la realtà?
Quella domanda oggi suona come un insulto.
La fotografia è stata castrata, ridotta a like, trasformata in merce per algoritmi affamati. Non serve più a comprendere: deve sedurre. Gli occhi non guardano: consumano. L’arte non sfida: decora. E in questo gorgo senza fondo, la morte di Jodice diventa profezia , è la morte dello sguardo pensante, sostituito dalla bulimia estetica del mercato.
Viviamo nell’epoca del tutto visibile e nulla guardato. La cultura è stata espropriata dal marketing, l’immagine dall’ego. Le piazze digitali traboccano di facce, ma sono deserte di sguardi. Ogni fotografia , anche la più banale , è diventata atto di rapina, non di conoscenza. Il clic è la nuova genuflessione di un’umanità che non crede più a nulla, se non al proprio riflesso moltiplicato all’infinito.
Jodice lo aveva capito decenni prima di noi. I suoi spazi vuoti, le statue decapitate, le architetture fuori dal tempo non erano nostalgia: erano accusa. Accusa feroce contro una civiltà che confonde il visibile con il vero, lo spettacolo con il senso. Le sue fotografie erano resistenza armata: la lente come trincea contro la velocità, il bianco e nero come scelta etica, non estetica.
Oggi la cultura non resiste più: capitola. Il pensiero è diventato merce di nicchia per radical chic annoiati, mentre la superficialità domina indisturbata. La fotografia si è fatta spot, l’arte si è fatta logo. E noi, complici soddisfatti, battiamo le mani.
Le istituzioni culturali italiane hanno una responsabilità precisa in questo massacro. Hanno trasformato la memoria in eventi Instagram, la formazione in scartoffie ministeriali, l’arte in kermesse per turisti distratti. Musei vuoti e festival affollati: ecco il paradosso osceno di un Paese che celebra la cultura solo quando diventa intrattenimento a pagamento.
Il Ministero conta gli ingressi, non le coscienze.
Le scuole insegnano a riconoscere un Caravaggio, non a sentire il suo sangue sulla tela. È la vittoria della pedagogia del souvenir sulla pedagogia dello scandalo.
Jodice, da vero maestro, era uno scandalo. Uno scandalo silenzioso. I suoi scatti erano una condanna senza appello alla nostra bulimia di visibile. Ci ricordavano che il vero non è ciò che si mette in mostra, ma ciò che si sottrae, ciò che richiede uno sguardo per rivelarsi.
La sua morte è dunque un atto d’accusa finale.
Finiremo per dimenticarlo in un istante,sepolto dal prossimo trend. E in quell’oblio, celebreremo la nostra definitiva capitolazione.
Saremo un popolo di miopi che magnifica la vista, di analfabeti che venerano l’alfabeto.
Mimmo Jodice ci aveva mostrato che guardare è un atto di coraggio, forse l’ultimo atto rivoluzionario possibile.
Ma noi abbiamo scelto di chiudere gli occhi.E ora brancoliamo, beati, nel nostro splendido, tenebroso nulla.
Ma la vera tragedia non è l’indifferenza è qualcosa di più sotterraneo e più grave: è la perdita del tempo interiore necessario per vedere davvero. Jodice, con la sua lente ‘lenta’ e intransigente, ci aveva mostrato che guardare è un atto politico prima ancora che estetico.
Ma la politica non guarda più governa bendata, a tentoni nel buio autoindotto della propria ignoranza.
Così la morte di Mimmo Jodice non è la fine di un artista: è il sintomo di una malattia collettiva. Finché continueremo a confondere la visibilità con la cultura, l’apparire con l’essere, l’immagine con il pensiero, resteremo quello che siamo diventati: un Paese di voyeur che hanno disimparato a vedere.
Jodice se ne va nel silenzio che ha sempre cercato, mentre noi continuiamo a scorrere, a cliccare, a postare. La sua lente si chiude per sempre. E con essa si chiude anche la possibilità di uno sguardo puro su questo Paese , uno sguardo che sapeva ancora distinguere la bellezza dalla sua contraffazione, l’arte dalla sua prostituzione.
Ci resta solo la domanda che lui ci ha lasciato, come un testamento scomodo: sappiamo ancora guardare, o siamo diventati soltanto ciechi armati di fotocamera?
La risposta è negli occhi se ancora ne abbiamo.
Daniela Piesco

Lascia un commento