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Sudan: la caduta di El Fasher cambia la mappa del conflitto

La caduta di El Fasher segna un punto di svolta nella guerra tra esercito e paramilitari. L’allarme delle Nazioni Unite e, sullo sfondo, l’ombra di una partizione del Sudan. Ad agosto scorso, le Nazioni Unite avevano denunciato che oltre 600 mila persone erano già state costrette alla fuga, mentre circa 260 mila erano rimaste intrappolate senza accesso agli aiuti. La conquista della città conferisce alle RSF – nate dalle milizie arabe Janjaweed, accusate di aver commesso un genocidio su ordine dell’ex presidente Omar al-Bashir – il controllo su tutti e cinque i capoluoghi del Darfur.

di Alessia De Luca | 29 Ottobre 2025
People displaced following Rapid Support Forces (RSF) attacks on Zamzam displacement camp shelter in the town of Tawila, North Darfur, Sudan April 15, 2025. REUTERS/Stringer

Cresce la preoccupazione per le centinaia di migliaia di civili intrappolati a El Fasher, in Sudan, dopo che le Forze di Supporto Rapido (RSF) hanno dichiarato di aver conquistato la città sotto assedio da un anno e mezzo. Nelle ultime ore i paramilitari guidati da Mohamed Hamdan Dagalo noto come Hemedti – che nei giorni scorsi erano riusciti a prendere il controllo della principale base dell’esercito in Darfur – sono riusciti avanzare verso il centro della città, ultima roccaforte dell’esercito sudanese nella regione occidentale del Darfur, divenuta un immenso campo profughi, dove nei mesi scorsi era stata dichiarata una grave carestia. In un discorso televisivo, il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito sudanese ed ex leader del governo di transizione, ha confermato la disfatta, spiegando di aver approvato il ritiro in risposta alla “sistematica distruzione e uccisione di civili”. Le Nazioni Unite hanno chiesto un cessate il fuoco immediato dicendosi “profondamente allarmate” dalle segnalazioni di combattenti che bloccano le vie di fuga e l’accesso agli aiuti umanitari. Intanto, in rete e sulle piattaforme social si moltiplicano video di atrocità commesse dai paramilitari nei confronti delle popolazioni locali non-arabe, in particolare contro le comunità Fur, Zaghawa e Masalit, e denunce di violenze e stupri su base etnica in una regione già in passato teatro di massacri, pulizia etnica e un genocidio, che tra il 2003 e il 2009 costò la vita ad oltre 600mila persone. Ad alimentare i timori anche un blackout delle telecomunicazioni e l’interruzione della connessione internet satellitare Starlink che stanno gravemente limitando l’accesso alle informazioni indipendenti su quanto accade in città.

Verso una partizione?

La caduta di El Fasher potrebbe segnare una svolta significativa nella guerra civile sudanese, che ha ucciso decine di migliaia di persone e ne ha sfollate quasi 14 milioni dall’aprile 2023, quando la lotta di potere tra l’esercito e le RSF si è trasformata in guerra aperta nella capitale Khartoum, estendendosi rapidamente a tutto il Paese. Ad agosto scorso, le Nazioni Unite avevano denunciato che oltre 600 mila persone erano già state costrette alla fuga, mentre circa 260 mila erano rimaste intrappolate senza accesso agli aiuti. La conquista della città conferisce alle RSF – nate dalle milizie arabe Janjaweed, accusate di aver commesso un genocidio su ordine dell’ex presidente Omar al-Bashir – il controllo su tutti e cinque i capoluoghi del Darfur. Una svolta che consolida la presa del governo parallelo istituito da Hemedti ad agosto nella città di Nyala, capitale del Darfur meridionale, e che secondo diversi osservatori potrebbe preannunciare di fatto la partizione del Sudan in due entità, sul modello libico. “La conquista della città – scrive Le Monde – rappresenta una svolta decisiva nella guerra scoppiata il 15 aprile 2023. Il conflitto infuria tra le tensioni legate all’integrazione delle RSF nell’esercito regolare e alla lotta per le risorse del Paese. I paramilitari possono ora rivendicare il controllo di un territorio vasto quanto la Francia, al confine con Libia, Ciad, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan. Questa situazione rappresenta un ulteriore passo verso la partizione di fatto del Sudan, accelerata ad agosto con la proclamazione di un governo parallelo nella città di Nyala, nel Darfur meridionale, sotto il controllo delle RSF”.

O un rilancio della guerra?

Secondo gli analisti, la RSF, impegnata in una guerra civile con l’esercito da oltre due anni e mezzo, potrebbe sfruttare questo slancio per riconquistare terreno anche nella parte orientale del Paese, fino a rilanciare un’offensiva su Khartoum, riconquistata dalle forze armate regolari (SAF) lo scorso maggio. “Non abbiamo visto alcun segno che la leadership delle RSF si accontenti del solo Sudan occidentale”, ha dichiarato Alan Boswell, direttore dell’International Crisis Group per il Corno d’Africa. “Finché riceveranno rifornimenti sufficienti per proseguire lo sforzo bellico, sembra che continueranno a intensificare il conflitto”. Nel fine settimana, le RSF hanno registrato progressi nella città strategica di Bara, nel Kordofan settentrionale, a poche ore da Khartoum. Se la presa di El Fasher dovesse rivelarsi un trampolino di lancio per una più ampia espansione territoriale, il quadro del conflitto potrebbe cambiare radicalmente.

Conflitto per procura e fallimento della diplomazia?

Da Kuala Lumpur, dove si trova per il vertice dell’ASEAN, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è detto “gravemente preoccupato” per la situazione a El Fasher ed ha esortato “gli Stati influenti ad agire per impedire atrocità”, aggiungendo che “è giunto il momento che la comunità internazionale parli chiaramente a tutti i paesi che stanno interferendo in questa guerra e fornendo armi alle parti in conflitto, affinché smettano di farlo”. Da tempo, ormai, quella che si combatte in Sudan è diventata una guerra per procura, con attori regionali in competizione per le risorse di un Paese ricco d’oro. L’Egitto e altri Stati confinanti sostengono il generale Al-Burhan e il suo governo con sede a Port Sudan, mentre gli Emirati Arabi Uniti e Paesi sotto la loro influenza, come il Ciad, appoggiano Hemedti, già vice di Burhan nella precedente giunta militare. Questo intreccio di influenze esterne fa sì che nessuna potenza abbia oggi la forza di costringere i belligeranti a negoziare. Lo scorso 12 settembre, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti hanno annunciato una roadmap congiunta per porre fine al conflitto, prevedendo una tregua umanitaria di tre mesi seguita da un cessate il fuoco e da un processo di transizione politica. Ma il piano, già in stallo, rischia di restare l’ennesimo tentativo diplomatico senza effetti sul terreno.

Il commento

Di Lucia Ragazzi, ISPI Africa Centre

“Da quando nel finesettimana hanno iniziato a giungere notizie della presa di el Fasher da parte delle RSF, le notizie si sono susseguite in modo frammentato, anche a causa di una mancanza di copertura delle comunicazioni che, in generale, ha reso difficile riportare in modo chiaro la situazione sul terreno nel corso di questi due anni e mezzo di conflitto. Il quadro che emerge è quello di una situazione umanitaria estrema, sia per le persone che stanno cercando rifugio fuori dalla città, come nella vicina Tawila, che per le 260.000 persone che si stima siano al suo interno. Trapelano, intanto, notizie di violenze ed esecuzioni sommarie. Dopo 18 mesi di combattimenti, il passaggio di el Fasher, ultima città principale del Darfur a essere ancora sotto controllo delle SAF, alle RSF cambia il volto della situazione sul terreno, rafforzando la posizione delle forze paramilitari in Darfur e dando un duro colpo alle operazioni dell’esercito nelle regioni occidentali”. 

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: africa, guerra civile, Hemedti, Omar al Bashir, Onu, RSF, Sudan

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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