
Se qualcuno si aspettava che il vertice NATO di Ankara producesse una svolta strategica, resterà deluso. L’Alleanza prosegue sulla strada già tracciata, l’Europa continua ad aumentare gli investimenti nella difesa, il sostegno all’Ucraina resta un punto fermo e tutti sembrano ormai consapevoli che il mondo è entrato in una fase di instabilità destinata a durare. In sostanza, nulla di nuovo.
L’unica vera costante continua a essere Donald Trump. Ormai ogni vertice internazionale segue lo stesso copione: arriva, monopolizza l’attenzione, minaccia mezzo mondo, distribuisce ultimatum, cambia posizione nel giro di poche ore e si ripresenta come l’unico uomo capace di risolvere problemi che molto spesso ha contribuito lui stesso ad aggravare. Più che una politica estera, sembra una campagna elettorale permanente, costruita sull’effetto mediatico, sulla provocazione e sulla ricerca ossessiva del titolo del giorno.
La diplomazia richiede equilibrio, credibilità e continuità. Trump offre esattamente il contrario. Ogni sua dichiarazione alimenta tensioni, crea incertezza tra gli alleati, sposta i mercati e costringe governi e cancellerie a rincorrere le sue continue giravolte. È come se la politica estera della principale potenza mondiale fosse diventata un gigantesco social network, dove il consenso personale conta più della stabilità internazionale.
La cosa più significativa emersa da Ankara, però, è un’altra. Nessuno sembra più prenderlo davvero sul serio. I leader occidentali lo ascoltano, attendono pazientemente che termini il suo spettacolo e poi tornano a discutere dei dossier che contano davvero. Più che rispetto, suscita ormai una curiosa miscela di imbarazzo e divertimento. È probabilmente il punto più basso per un presidente degli Stati Uniti: non incutere timore, non esercitare autorevolezza, ma essere percepito come un elemento di disturbo da gestire con pazienza.

Anche Giorgia Meloni è apparsa decisamente più fredda rispetto al passato. Le immagini raccontano una distanza evidente, fatta di sorrisi di circostanza e di una cordialità puramente istituzionale. Del resto, costruire un rapporto politico con chi cambia idea con la stessa rapidità con cui cambia bersaglio è un esercizio sempre più complicato.
Nel frattempo, la tregua nello Stretto di Hormuz mostra già tutte le sue crepe. Le tensioni stanno riaffiorando, il Medio Oriente resta una polveriera e la normalizzazione annunciata da Trump assomiglia sempre più a uno slogan che a una realtà. Ancora una volta la propaganda è stata smentita dai fatti.
Alla fine il vertice lascia un messaggio piuttosto chiaro. La NATO continua a fare la NATO. L’Europa ha ormai compreso che dovrà investire molto di più nella propria sicurezza e sta procedendo in quella direzione. L’unico elemento realmente imprevedibile continua a essere la Casa Bianca.
Trump sembra vivere ogni crisi internazionale come se fosse il protagonista di un reality show. Ogni vertice diventa un palcoscenico, ogni alleato una comparsa, ogni tensione internazionale un’occasione per attirare l’attenzione. Ma il mondo non ha bisogno di un uomo di spettacolo. Ha bisogno di un leader capace di offrire stabilità, visione e credibilità.
Il vero paradosso è che oggi il principale fattore di incertezza per l’Occidente non arriva da Mosca, da Pechino o da Teheran. Arriva da Washington. E questo dovrebbe far riflettere molto più delle dichiarazioni roboanti che Trump continua a pronunciare davanti alle telecamere. Perché il problema non è più quello che dice. Il problema è che, quando parla, nessuno sa più se stia facendo politica, propaganda o semplicemente recitando l’ennesimo copione costruito attorno al proprio ego.
“A da passà a nuttata…”
Piero Terracina

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