
La sanità pubblica italiana è uscita profondamente segnata dalla pandemia, ma i segnali di cedimento erano già evidenti prima del Covid. Il sistema aveva bisogno di una riorganizzazione straordinaria, eppure è stato lasciato andare, con decisioni miopi che hanno aperto sempre più spazio al privato. Durante l’emergenza sanitaria, lo Stato si è rivolto al privato per avere supporto. Ma lo ha fatto nel modo sbagliato, trasformando una collaborazione in dipendenza. E oggi ne paghiamo le conseguenze. Il risultato è un sistema squilibrato, dove le cooperative sanitarie gestiscono il mercato del lavoro medico, spostando professionisti da un ospedale all’altro, senza logica di continuità o stabilità. È così che è nato il “medico gettonista”, pagato a turno più di quanto guadagnava in un mese. Come si fa a riportarlo indietro, a fargli accettare condizioni normali? Difficile, se nel frattempo le strutture pubbliche hanno approvato pensionamenti anticipati, solo per riaccogliere gli stessi professionisti con parcelle moltiplicate. Chi non ha voluto seguire questa strada si è spostato nel privato, dove però ad agosto la situazione cambia. I medici privati spesso spariscono. Letteralmente. Chi ha pagato visite a caro prezzo, magari con lo sconto “di cortesia”, si ritrova senza riferimento. E in caso d’urgenza non resta che chiamare il 118 e finire proprio in quell’ospedale pubblico di cui si diffidava. Il paradosso è evidente. Se sei ricco, non hai problemi. Il tuo elisoccorso privato arriva ovunque, in ogni momento. Se sei una persona normale, invece, per pagarti una visita privata magari hai rinunciato alle ferie. E quando ti serve aiuto, il tuo medico non risponde: è in vacanza, e il telefono in barca a vela “non prende”. Disturba il vento che accarezza il fiocco. Nel frattempo, nei Pronto Soccorso italiani, i medici ci sono. Anche a Ferragosto. Sono quelli rimasti nel pubblico che si fanno gli auguri tra un’emergenza e l’altra magari rimediando alla diagnosi affrettata del collega che gia pensava a come sciabolare il tappo della bottiglia di champagne. Spesso sottopagati, oberati di turni e di responsabilità. Che fare? La risposta è politica. Il vero strumento per cambiare le cose è il voto. Ma non un voto dato alle promesse elettorali, bensì alle storie personali di chi si candida. La credibilità si costruisce prima della campagna elettorale. Solo chi ha mantenuto la parola nella vita reale potrà farlo anche nelle istituzioni. Nel frattempo, i cittadini continuano a pagare. Con i soldi, con le rinunce e con l’illusione che il privato sia sempre meglio. Fino ad agosto, quando scoprono che non sempre è così.
Angelo Santoro

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