Lo avevo conosciuto tardi, Domenico Civitano. Tardi per me e tardi per lui. Entrambi ormai uomini maturi, avevamo alle spalle una intensa vita politica. La passione, no: quella nessuno dei due se la era messa alle spalle. E così, in piena “seconda repubblica”, bruciate le case e le casette di quelli che erano stati i partiti laici e socialisti, ci incontrammo, per la prima volta, alla riunione per la fondazione del Polo Laico Liberale e Socialista. Era il 2006, giusto dieci anni fa. La riunione si tenne a Firenze, dove il tentativo di dare vita ad un soggetto permeato della cultura laica e socialista, con carattere di novità e non per rimettere assieme i cocci, aveva già, con risultati apprezzabili, superato due prove elettorali (comunali di Firenze e regionali di Toscana). E, sempre a Firenze, era attivo il Gruppo dei Centouno e si redigeva il settimanale on line Pensalibero. Era una piccola luce. Eppure, tanto era diffusa la sete di cultura laica liberale e socialista, che quella luce venne presto intercettata diffusamente lungo tutta la penisola. L’idea di dare vita ad un processo di aggregazione venne sostenuta particolarmente dai più giovani, soprattutto da Giulio Laroni. In molti a Firenze ci conoscemmo per la prima volta. Scoprimmo che Laroni, con i suoi nemmeno venti anni, era di gran lunga più giovane di quanto più o meno tutti pensavamo. All’estremo opposto Domenico Civitano, che aveva più anni di quanti ne dimostrasse e dell’idea che ci eravamo fatti dalle conversazioni che fino all’incontro fiorentino si erano svolte prevalentemente per telefono (ancora non c’era skype).
Ci vedevamo, ripeto, per la prima volta. E scoprimmo che se potevamo esserci vicendevolmente sbagliati nell’immaginare età e fisionomia di noi tutti, avevamo fatto centro quanto ai sentimenti. La cultura, le speranze, le illusioni, la voglia di batterci guardando avanti e di non commettere gli errori del passato, quella, dal vivo, c’era davvero. Come avevamo già potuto constatare nei colloqui a distanza.
Di questo nostro comune sentire e del desiderio di mescolare i filoni culturali e politici di provenienza, le diverse storie, in modo da iniziarne una nuova caratterizzata dalla sintesi di tutto quello che volevamo restasse alle nostre spalle, Domenico Civitano sembrava l’incarnazione. Tanto che gli venne subito riconosciuta la massima autorevolezza: perché era colto, signorile, gentile, senza per questo reprimere la passione che aveva caratterizzato tutta la sua passata esperienza politica. Volevamo dare vita ad un soggetto nuovo, frutto della mescolanza delle culture laica, liberale, repubblicana, radicale, socialista, socialdemocratica. Tutti, nei fatti, non a parole, riconoscevamo che i militanti nuovi dovevano essere come colui che era forse il più anziano di tutti noi, cioè Domenico.
Ho continuato a pensarlo anche quando quella esperienza finì. E serbo un ricordo commosso degli incontri, pochissimi, purtroppo, che ebbi ancora con Domenico. E delle sue premure quando, trovandomi io a Bari per impegni inerenti la Fondazione Turati, non esitava a lasciare i suoi impegni per venirmi a incontrare. Con la passione politica di sempre e con la stessa convinzione che ci aveva spinto a sognare un incontro dei diversi filoni laico-socialisti per un unico soggetto politico. E, soprattutto, con la sua nobiltà d’animo e tutte le altre qualità che mi portano, qui, a mettere per iscritto quello che, a voce, ho detto, commosso, alla sua famiglia: ciò che ho scritto o detto è molto meno di ciò che penso.

Quando un socialista non è più, manca una stella in terra.
Grazie Nicola. Domenico si meritava questo ricordo. Uomo umile e perparato. Non ha mai prevaricato le idee degli altri. Possiamo dirlo: un signore d’altri tempi che difficilmente oggi è possibile ritrovare in questa società caotica, egoista ed opportinista.