
Non potrebbe essere altrimenti quando il presidente di transizione, al-Shara’, autoproclamatosi solo un anno fa dopo aver guidato la coalizione ribelle HTS che ha rovesciato Assad, ha consolidato il proprio potere quasi esclusivamente a Damasco. Ha sospeso la vecchia Costituzione e avviato una ristrutturazione delle istituzioni statali, limitandosi finora a un cambio d’immagine: da leader armato a figura politica e nazionalista. Tuttavia secondo molti osservatori il suo legame con HTS resta centrale. Nel frattempo l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale si è spostata altrove, come spesso accade ai conflitti irrisolti che diventano invisibili. La Siria ne è l’esempio più evidente. Dopo oltre un decennio di guerra il Paese è uscito dai radar mediatici, ma non dalla crisi. Anzi, proprio mentre le armi sembrano tacere le conseguenze del conflitto mostrano oggi il loro volto più crudele. Secondo le principali agenzie umanitarie la maggioranza della popolazione vive in condizioni di insicurezza alimentare, con accesso limitato a cure mediche, acqua potabile ed energia. Le città restano distrutte, le campagne impoverite, l’economia al collasso. Il costo della vita cresce mentre i salari restano simbolici rendendo la sopravvivenza quotidiana una sfida persino più dura della guerra. Le sanzioni internazionali, pensate per esercitare pressione politica, colpiscono soprattutto i civili: farmaci difficili da reperire, carburante razionato, servizi essenziali paralizzati. Nel frattempo gli aiuti umanitari diminuiscono e l’accesso alle aree più fragili resta limitato. Pesa anche la stanchezza dell’Occidente. La Siria non è più un’emergenza, ma una crisi cronica progressivamente normalizzata. Eppure il Paese rimane frammentato, attraversato da tensioni, traffici illegali e sacche di radicalizzazione. Il prezzo più alto lo pagano i giovani: milioni crescono senza istruzione, lavoro e prospettive. È qui che si annida il vero disastro annunciato. A riflettori spenti la Siria vive in una zona grigia di sopravvivenza e abbandono. Ignorarla oggi significa preparare nuove instabilità domani. Riportarla al centro del dibattito internazionale non è solo una scelta politica, ma una responsabilità storica.
Angelo Santoro

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