Talvolta mi capita di sentire dire dalle donne stesse che loro sono più “brave” degli uomini.
A tal proposito vorrei fare una riflessione pacata, ma che non perda di vista la realtà. Un conto è dire che le donne sono più studiose, cosa che in effetti risulta, almeno in Italia, a giudicare dal numero di laureate. Un conto è dire che hanno più talento o che hanno più capacità.
Nelle materie scientifiche, ad esempio, le donne non primeggiano, tutt’altro.
E constatare con rammarico che nei team di ricerca internazionali ci sono poche donne significa non tener conto del significativo minor numero di donne che si iscrivono alle facoltà scientifiche. Se poi si prende in considerazione il fatto che per le materie scientifiche, praticate ad alti livelli, occorrono di solito notevoli abilità di ragionamento astratto, ebbene, non credo di stupire nessuno dicendo che in tale tipo di ragionamento – che è solo un tipo, per carità! – gli uomini sono mediamente più bravi delle donne: la proporzione è di addirittura sette a uno per i maschi – sette a uno! – nel gruppo delle persone con tali capacità quando siano altissime, e questo secondo una ricerca statunitense su larga scala di alcuni anni fa. Forse è questo il motivo per cui ci sono pochissime donne che praticano la matematica a livello internazionale? Se poi si volge lo sguardo alle arti sia da un punto di vista storico che dell’oggi, mi chiedo se il quadro sia molto diverso.
A questo punto, però, occorre precisare che le donne sono mediamente più brave degli uomini nelle abilità linguistiche, e questo negli stessi test in cui si valutano le capacità di ragionamento: bisogna ora capire se tale superiorità linguistica stia alla base del gran numero di scrittrici di successo, come verrebbe da pensare. Ma il punto è un altro: infatti, si può forse sostenere che da un certo livello in poi si trovino solo scrittrici e non scrittori? Direi di no, ed anzi molti dei più dotati scrittori del Novecento sono maschi.
Le cose quindi sembrano complicarsi nel caso delle abilità linguistiche: infatti, mentre le maggiori abilità logiche dei giovani maschi fanno da spia rispetto a quanto sapranno fare da adulti, quando alcuni di loro non solo diventeranno matematici e scienziati ma lo diventeranno ad un livello tale da trovare difficile incontrare colleghe di pari valore, le maggiori abilità linguistiche delle femmine se da un lato sembrano spiegare il gran numero di scrittrici non danno conto del perché da un certo livello in poi non ci siano solo loro, ma vengano raggiunte – e spesso superate – da un gran numero di scrittori. Il che suggerisce forse che la scrittura sia un’attività razionale più di quanto non si pensi quando praticata ad alti livelli, o che le abilità intercettate dai test non sono quelle che si esprimono nella scrittura, e forsanche neppure nella matematica: intendo la scrittura e la matematica fatte, non quelle studiate, perché c’è una bella differenza.
Infatti, dopo aver ammesso – e sottolineato – che sin qui ho voluto fare solo e soltanto una provocazione proporzionale alle sciocchezze che sento dire in giro in senso contrario, si può anche rivolgere la frittata, e aggiungere il seguente ragionamento.
E cioè: non è forse vero che l’ingrediente principale del genio artistico – maschile o femminile quale che sia – ossia la creatività, sfugga totalmente ad ogni test conosciuto, e anzi se ne faccia beffe, come risulta oggigiorno mettendo in correlazioni i veri creativi (alias talenti o addirittura geni) e i risultati nei test? Forse questi test possono essere predittivi circa il futuro delle persone come professionisti, ma non come creativi, a parte, forse, quelli che lo sono in campo matematico (sarei curioso, però, di vedere i dati: qualche dubbio ce l’ho. E comunque le abilità intercettate dai test sarebbero, nella migliore delle ipotesi, utilissime (necessarie non direi) ma non sufficienti per il lavoro creativo del matematico)… Insomma, ogni considerazione ha il tempo che trova, comprese le mie.
Chi ci dice infatti che l’intelligenza vera sia espressa dalle abilità di ragionamento astratto richieste nelle attuali, e cosiddette, prove psicoattitudinali? Che cosa è infatti l’intelligenza? Non lascerei la questione nelle mani dei soli psicologi, che sui loro test campano, naturalmente.
E poi: chi ci assicura che le discipline come le intendiamo oggi non siano state tagliate su misura dei maschi e non delle femmine? O che a parità di capacità – che significa poi un’espressione del genere? – le femmine non siano “castrate” alla nascita sotto molti aspetti? Quante volte, infatti, si dice ad una bambina piccola cosa deve e cosa non deve saper fare anche contro i suoi reali interessi (questione importantissima e gravissima, questa)?
Che ci sia un problema di parità non soltanto nel mondo ma anche nell’Occidente, e certamente in Italia, mi sembra ovvio: mi chiedo quindi quale sia il modo migliore per superarlo. Perché superarlo bisogna.
Forse quello di inasprire i toni del confronto uscendosene spesso con battute fuori luogo da parte di molti (troppi, veramente troppi) “maschi”, ma anche, spiace dirlo, da parte di alcune – molte? – “femmine” convinte – almeno a parole – di far parte del genere “migliore”?
Come ho scritto nel precedente articolo, credo che una valutazione della persona vada fatta non sulla base del suo genere di appartenenza – ovviamente, aggiungerei – ma del suo reale valore, femmina o maschio (o quant’altro) sia.
Fabrizio Amadori

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