
D’Annunzio ha avuto con Pisa un rapporto privilegiato. Angustiato dalle traversìe fiorentine il poeta trovò a Bocca d’Arno un’oasi di pace. E la città fu proficua fonte d’ispirazione.
In alcune opere fa riferimento con toni epici all’antica Repubblica marinara. La canzone del Sacramento esalta l’impresa di Madia contro il re Timino che precede le crociate. La Pisanella o il giuoco della rosa e della morte è ambientata a Cipro nel XII secolo ma i richiami a Pisa sono significativi. E in alcune poesie di Alcyone come I Camelli il litorale pisano evoca l’esotismo dell’Outremer.
Ma in altre opere che si richiamano al soggiorno pisano emerge un D’Annunzio diverso da quello altisonante o dal mito del superuomo e dall’estetismo della vita come opera d’arte. Un D’Annunzio dal timbro elegiaco che mostra un’ aspirazione alla quiete, al silenzio, all’immedesimazione con la natura sulla falsariga delle metamorfosi di Ovidio.
Il poeta aveva una particolarità evocativa. Con espressioni icastiche trasfigurava la realtà in una dimensione immaginifica. Ad esempio, i dromedari della pineta di S.Rossore lo affascinavano e proiettavano la sua fantasia nelle sabbie dei deserti. Li guardava mentre camminavano carichi di fascine “sì gravi e tristi e muti! “ E quando deponevano il loro carico si piegavano su i ginocchi “ con un grido sommesso”.
Di questa immersione nella natura del litorale pisano e versiliese conosciamo soprattutto la dimensione panica, mutuata dalla mitologia classica. Ne La pioggia nel pineto, quando un temporale estivo sorprende il poeta e la sua compagna, gli appare un mondo incantato, lontano dal tumulto della civiltà urbana.
In questa atmosfera surreale si determina una metamorfosi, una sorta di simbiosi tre gli esseri umani e le piante. Scritta probabilmente alla Versiliana, la poesia fa certamente riferimento anche alla pineta di Marina di Pisa
La foce dell’Arno, metafora del desiderio di pace
A questa dimensione mitopoietica se ne sovrappone poi una più tipicamente elegiaca
dove la solitudine e il silenzio sono pace dell’anima.
D’Annunzio parla dell’Arno che, quando si getta in mare, sembra un lago in quanto è lento e silenzioso, E anche in queste immagini possiamo vedere un simbolo del desiderio di pace. Siamo agli antipodi del virtuoso delle frasi eclatanti, del beau geste che sarebbero sfociati nei proclami e nel fervore tribunizio del fiumanesimo.
Come l’Estate porta l’oro in bocca,
l’Arno porta il silenzio alla sua foce.
Già ne La Gioconda (1899 ) Silvia Settale afferma che sua figlia da quando era a Pisa si era fatta più bella e più forte “per l’odore dei pini” ed esclama : “come deve essere buona la primavera a Bocca d’Arno ..passare là una primavera è stato sempre il mio sogno” . Merita, poi citare una descrizione tratta sempre da La Gioconda
… si vedono gli oleandri, le tamerici, i giunchi, i pini, le arene d’oro sparse d’alghe morte, il mare in calma sparso di vele latine, la foce pacifica dell’Arno, di là dal fiume le macchie selvagge del Gombo, le cascine di S. Rossore, le montagne di Carrara marmifera[1]
E quando si reca in Francia scrive sul France di Bordeaux che i pini, le dune leggere dagli armoniosi contorni gli ricordavano le sue “care campagne pisane” [2]
Un temporale primaverile
Nel Notturno, narrazione intimistica lontana dall’estetismo delle sue opere più famose e che è ritenuta un capolavoro della prosa lirica, il poeta rievoca un giorno di marzo, quando a Pisa, insieme ad Eleonora Duse, era stato sorpreso da un temporale.
“Mi ricordo di un acquazzone di marzo a Pisa. Eravamo su la Piazza del Duomo. Ci rifugiammo sotto l’architrave della porta maggiore, scrollando le gocciole. Là c’indugiammo ad aspettare che spiovesse. Imbres effugio, diceva nella porta l’emblema parlante”.
In questo racconto, scritto nel 1918 si rievoca un episodio di molti anni prima, tra il 1898 e il 1905 quando D’Annunzio e la Duse vissero spesso a Marina a Bocca d’Arno.
D’Annunzio ed Eleonora Duse trovano rifugio sulla porta principale del Duomo. Anche qui si verifica una sorta di simbiosi con gli splendidi ed enigmatici bassorilievi “Premuti contro il bronzo dei battenti, incominciammo a possederlo, a mescolarci con esso. [ …] Sopra di noi parlavano i simboli: Fons signatus, Hortus conclusus”.
Le frasi in latino incise sulla porta, didascalie di simboli mariani, assumono significati reconditi che sottolineano il temporaneo distacco dal mondo come in una sorta di isola deserta hortus conclusus, appunto. .
Poi la pioggia si attenua e lo scroscio diviene una sorta di eco lontana “E tutto è silenzio”.
E così continua: “ Imbruniva. L’ombra del marmo era cerulea. E’ quello un marmo che a vespro fa il turchino come i lapislazzuli. Inazzurrava l’erba, quasi come una pennellata d’oltremare. Il silenzio si apriva dinanzi a noi, si partiva a destra e a sinistra fluendo lungo i nostri fianchi come il fiume leviga il nuotatore.”.
“Mi curvai nell’ombra umida, frugai destramente con le dita l’erba umida” .
“Ma che cerchi? Che cerchi?”
Avevo scoperto un ciuffo di violette”.
Un fiore umile ma carico di simbolismi[3]. Il propugnatore del mito del superuomo, sapeva trovare momenti di tenerezza a riprova della sua personalità complessa e sfaccettata
Anche in Forse che sì, forse che no Pisa ha un posto rilevante. E’ famosa la descrizione di quando Paolo Tarsis sorvola la città
L’àrdea roteò nel cielo di Cristo, sul Prato dei Miracoli. Sorvolò le cinque navi concluse del Duomo, l’implicito serto del Campanile inclinato sotto il fremito dei suoi bronzi, la tiara del Battistero così lieve che pareva fosse per involarsi gonfia di echeggiamentii[4].
Fu in questa occasione che il poeta coniò la celebre definizione Prato dei Miracoli.
Quando parla del Camposanto monumentale. Torna la la componente epica e mistica Ma l’aspetto più intimistico, sofferto, vissuto è quello elegiaco che traspare dai versi
Forse avverrà che quivi un giorno io rechi
il mio spirto fuor della tempesta,
a mutar d’ale.
(Elettra, Le città del silenzio, 1903).
E’ questa la cifra del suo stato d’animo nel periodo pisano.. la quiete, l’immergersi nella natura.. il destino avrebbe deciso altrimenti. E nel 1914 sarebbe nato il poeta-vate.
Gabriele Parenti
*Le citazioni delle poesie sono tratte da Alcyone, libro III delle. Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi, e sono nell’ordine, i Camelli, La tenzone, Bocca d’Arno. L’ultima citazione è dal libro II delle Laudi, Elettra .- Le città del Silenzio
[1] G. D’Annunzio, La Gioconda, Milano , 1910, p. 60.
[2] Ranieri Fiaschi. Giardini, Pisa, 1968, p 34
[3] Così anche ne La Gioconda op.cit., p. 39.
[4] G.D’Annunzio, Forse che sì, forse che no, Milano 1998, p. 163

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