
Basta un colpo di avvertimento nello Stretto di Hormuz perché, a migliaia di chilometri di distanza, in Italia il prezzo del gasolio alla pompa inizi immediatamente a salire. Non è una metafora: è la fotografia di un meccanismo ormai rodato, dove la tensione geopolitica diventa il pretesto perfetto per alimentare margini sempre più ampi. In termini più eleganti li chiamiamo “extraprofitti” delle aziende petrolifere. Se ne discute da anni, e con maggiore intensità da quando l’ennesimo conflitto mediorientale ha riacceso instabilità e paure. Un conflitto complesso, dalle responsabilità intrecciate, in cui si sommano interessi strategici globali, il ruolo dell’Occidente, la contrapposizione tra Stati e le tensioni croniche che coinvolgono Israele, Iran e le milizie dell’area, da Hezbollah ad Hamas, fino alle tragiche violenze dell’ottobre 2023. Ma al di là delle analisi geopolitiche resta un dato semplice: come sempre le guerre le pagano i cittadini. Non quelli che le decidono, ma quelli che subiscono gli effetti economici, spesso senza avere voce in capitolo. L’aumento dei carburanti è uno dei segnali più immediati e tangibili: colpisce trasporti, filiere produttive, prezzi al consumo. Colpisce tutti, ma soprattutto chi ha meno margini per assorbire i rincari. L’Italia in questo scenario paga più di altri Paesi. La sua storica dipendenza energetica dall’estero – frutto di scelte politiche poco lungimiranti – la espone a ogni scossone dei mercati internazionali. Così, mentre le quotazioni oscillano come su un ottovolante, il sistema nazionale mostra tutta la sua fragilità: incapace non solo di prevenire, ma spesso anche di contenere. E poi c’è il nodo degli extraprofitti su cui si continua a oscillare tra annunci e mezze misure. Perché quando a Hormuz si spara, anche solo simbolicamente, il prezzo alla pompa reagisce in tempo reale. Quando invece le tensioni si allentano i ribassi arrivano – se arrivano – con lentezza sospetta. Nel frattempo la risposta politica appare debole, quando non contraddittoria. Si promettono interventi, si annunciano controlli, si distribuiscono ristori che assomigliano più a briciole che a soluzioni strutturali. E spesso ciò che viene dato con una mano viene ripreso con l’altra, tra accise, IVA e meccanismi fiscali che finiscono per amplificare gli aumenti invece di attenuarli.
Il risultato è un senso diffuso di impotenza: un sistema in cui i costi si scaricano sempre verso il basso, mentre i benefici restano concentrati in alto. E dove basta uno sparo lontano per ricordarci quanto, ancora oggi, siamo vulnerabili.
Angelo Santoro

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