
Quando Trump, dopo l’eloquente sconfitta nelle elezioni di mezzo termine, dichiara “Col mio nome avremmo vinto”, da una parte costruisce un improbabile alibi per evitare che il passaggio elettorale che ha rinnovato la Camera e un terzo del Senato americano possa essere interpretato come una sconfitta personale; dall’altra, ribadisce un concetto proprietario della politica, che è esattamente il punto sul quale la sua presidenza, a due anni dalla scadenza, è stata sonoramente bocciata dagli americani.
Gli analisti della prima ora hanno già verificato quanto sia stata larga la diserzione dell’elettorato tradizionale repubblicano, e questo lo si può nettamente riscontrare osservando i risultati di alcuni Stati come il Texas (dove i democratici non vincevano da diversi lustri e il candidato dem ha stracciato il suo avversario), la Georgia, l’Ohio, il Kansas e le due Carolina, del Nord e del Sud.
Ora, fatto salvo il principio che le presidenze americane considerate “anatre zoppe” si sono ripetute nella storia — e che quindi il danno concreto all’esecutivo è formalmente rimediabile attraverso una coabitazione responsabile —, è altrettanto chiaro che il ciclo di Trump non è stato un esperimento qualsiasi nella vita della più grande nazione democratica dell’Occidente.
Dal punto di vista pratico, sebbene il presidente abbia già cercato con i suoi toni concilianti una futura strada per un eventuale “ipocrita compromesso”, la realtà che attende gli Stati Uniti sul piano interno è certamente diversa. Il tema delle diseguaglianze e della scarsa ridistribuzione dei vantaggi economici — che pure hanno indubbiamente rilanciato l’economia americana — è stata una delle ragioni di questo clamoroso rovescio. Anche lo smantellamento del timido welfare state che le amministrazioni democratiche avevano impiantato è tra i motivi che hanno condotto nuovamente molti democratici al voto. Questi ultimi sono stati trascinati da una nuova onda di temperamento e di orientamento più socialista, ma anche convinti che alla lunga la leadership di Trump abbia isolato gli Stati Uniti dal resto del mondo, a cui gli americani continuano a guardare con priorità: il mondo dei valori occidentali, della democrazia realizzata, del multipolarismo e della ricerca della pace attraverso l’azione politica, e non attraverso quell’avventurismo militare che anche tante amministrazioni democratiche avevano praticato con insuccesso.
Le incognite sono molteplici ed è indubbio che Donald Trump cercherà di rilanciare la sua leadership, poiché non vorrà apparire indebolito all’appuntamento parzialmente decisivo con i suoi omologhi cinesi e russi. Per ragioni diverse, la sua debolezza compenserà la debolezza altrui, e il rischio di un’intesa sottocosto è certamente reale.
Putin è impantanato nella guerra in Ucraina: sono più di tre anni che canta vittoria, ma sono anche più di tre anni che il suo Paese si è impoverito e ha importato nuova miseria, nonostante il suo monopolio energetico.
La Cina, in silenzio, sta affrontando una grande incognita per il suo futuro, ovvero l’enorme calo demografico che insiste su numeri di popolazione sovrastimati; il partito esalta una piena occupazione laddove sarà invece indispensabile ricorrere agli immigrati per compensare i vuoti. Allo stesso modo, non sembra dare i suoi frutti la linea di politica keynesiana fondata sull’aumento di un’offerta immobiliare rimasta inevasa dalla domanda; eccessi che hanno generato un grande consumo del sottosuolo che a sua volta provoca l’inquinamento ambientale, uno dei grandi fattori negativi che attraversano la grande nazione cinese.
Trump è stato certamente messo con le spalle al muro e, in attesa di un’alternativa repubblicana o democratica, potrebbe trascinare gli USA nel suo declino cercando un improbabile riscatto con mosse militari o economiche rischiose. Ha ottant’anni, e le parabole di Re Lear o di Sansone si sprecheranno nei prossimi anni.
All’Europa compete fare il suo: oggi non ci sono più alibi, la fase decadente americana può evitare di condizionare il percorso politico dell’unità continentale. Oggi è più debole Trump, ma lo sono anche tutti coloro che ne hanno calcato le orme: le destre spagnole, francesi, ungheresi, tedesche e, non dimentichiamolo, italiane.
Bobo Craxi


Il caso Eralp–Emde e l’antisemitismo nella sinistra tedesca
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