
Il primo novembre del 2024 alla stazione ferroviaria di Novi Sad, la seconda città della Serbia nonché capitale della Vojvodina, crollava una pensilina di cemento uccidendo 16 persone. Sembrava un incidente casuale, una disgrazia accidentale come purtroppo ne accadono ancora nei Paesi europei e altrove. Non fosse che la stazione era stata da poco ristrutturata grazie a un progetto nel quadro della Nuova Via della Seta lanciata da Pechino nel 2013 per stringere i collegamenti infrastrutturali con la Cina.
Sono stati gli studenti i primi a scendere in piazza in città per chiedere l’accertamento delle responsabilità. Poi le manifestazioni si sono via via estese ovunque sfociando in un movimento politico di massa contro il regime di Aleksandar Vucic, al potere dal 2014, dopo essere stato ministro dell’informazione ai tempi di Slobodan Milosevic. È stata la classica palla di neve che si è trasformata in valanga. Due anni dopo la lista degli studenti nata dalle proteste di Novi Sad ha stravinto le elezioni in Serbia rivendicando innanzitutto trasparenza e lotta alla corruzione.
Si è trattato di una svolta epocale in un Paese troppo ingombrante per essere evitato e troppo importante per essere ignorato. Le guerre balcaniche sono formalmente terminate nel 1999 con l’intervento della Nato in Kosovo; un conto, tuttavia, è la cessazione delle ostilità, un altro è una pace durevole nella regione che porti ad una genuina ricomposizione delle parti. Nei Balcani, purtroppo, il livore etno-nazionalista domina ancora le relazioni fra gli stati emersi dalla disintegrazione della Jugoslavia. I partiti nazionalisti fanno incetta di voti facendo leva su stereotipi, cultura del nemico e reinterpretazioni della storia a carico dei vicini con i quali hanno convissuto pacificamente per secoli.
Basta poco per riaccendere la miccia della polveriera balcanica. Per tre anni nelle vesti di primo ministro e poi per altri nove in quella di presidente della repubblica Vucic ha impresso una svolta autoritaria alla Serbia occupando con la sua formazione politica, il Partito Progressista Serbo (Sns), tutti i gangli dello stato. La giustizia era amministrata da giudici amici, l’amministrazione pubblica piena di yes-men fedeli, i media più importanti, sia pubblici che privati, ridotti a organi di propaganda oltre ad un’area grigia di contiguità con il crimine organizzato.
Nonostante questo la Serbia ha proseguito, seppure a singhiozzo, il processo di adesione all’Ue iniziato formalmente nel 2012 quando ha ottenuto lo status di paese candidato. A Bruxelles tutti erano al corrente di quello che accadeva realmente a Belgrado ma si preferiva sorvolare mantenendo un atteggiamento ambivalente. Non può esserci pace nei Balcani senza fare i conti con la Serbia era la preoccupazione prevalente; la Serbia è la chiave che apre la porta alla stabilità dell’intera regione. Il problema è che la classe politica serba rifiutava di fare i conti con il recente passato scrollandosi di dosso e auto-assolvendosi da responsabilità storiche che lacerano e ossessionano l’area.
Il funerale di Ratko Mladic, il macellaio di Srebrenica, a fine settembre si è trasformato in un’orgia di ultra-nazionalismo serbo provocando brividi di gelo in tutti i corridoi delle istituzioni europee. Secondo i sondaggi la Serbia è il Paese dei Balcani più tiepido per quanto riguarda l’ingresso nell’Ue nonostante l’Unione sia il più importante donatore di aiuti a Belgrado. La vittoria degli studenti il 25 ottobre stupisce per le proporzioni; nessun sondaggio l’aveva previsto. Doveva essere un testa a testa e invece la lista di opposizione ha prevalso con 14 punti di vantaggio. La decisione di Vucic di dimettersi da presidente anzitempo per partecipare alle elezioni politiche nelle vesti di capolista del Partito Progressista ha trasformato l’appuntamento elettorale in un referendum sulla sua persona e il risultato è stato inequivocabile.
Ora si volta pagina e tutti si interrogano su cosa farà la nuova classe dirigente sia per quanto riguarda gli affari interni che per quelli esteri. Smantellare l’apparato di potere costruito da Vucic sarà una delle sfide più complesse ma necessarie per combattere la corruzione e ridare fiato ad una democrazia boccheggiante. Riprendere, ma in modo convincente, il percorso di integrazione europea sarà un altro passaggio decisivo per ristabilire un ponte solido con Bruxelles. Prima di questo, tuttavia, occorrerà ridefinire le relazioni con la Russia visto che la Serbia è l’unico Paese fra i candidati all’adesione che non applica le sanzioni dell’Unione contro Mosca. Ci sono poi i nodi spinosi dei rapporti con il Kosovo e la Bosnia-Erzegovina. Per quanto riguarda Pristina si spera possa ripartire il dialogo sulla normalizzazione delle relazioni mentre per Sarajevo sarà di assoluta importanza che Belgrado spenga immediatamente qualsiasi ambizione secessionista della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba che, di fatto, paralizza lo stato bosniaco. Dopo l’Ungheria nel giro di pochi mesi in Europa orientale crolla l’altro bastione del sovranismo. Per i Balcani germoglia la speranza di una nuova stagione.
Paolo Bergamaschi
(da Vita.it)

A un profilo criminale corrisponde un’azione criminale
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