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Dopo Trump, ancora Trump

A nulla sono valsi i milioni di finanziamenti delle big tech e il gerrymandering più sfrenato: i Repubblicani hanno perso malamente le elezioni di midterm e la popolarità di Donald Trump è ai minimi storici. Non stupisce che all’indomani della batosta elettorale – che molti analisti fanno coincidere con l’inizio della fine dell’era Trump – nel Grand old party (Gop) si respiri aria da fine impero. Lo shock ha lasciato il posto alla rabbia: esponenti repubblicani, coperti dall’anonimato, affidano ai giornalisti la loro frustrazione, rimproverando al presidente la guerra in Iran, la vendetta contro i senatori sgraditi e l’indifferenza per il carovita.

di Alessia De Luca · 7 Novembre 2026

A nulla sono valsi i milioni di finanziamenti delle big tech e il gerrymandering più sfrenato: i Repubblicani hanno perso malamente le elezioni di midterm e la popolarità di Donald Trump è ai minimi storici. Non stupisce che all’indomani della batosta elettorale – che molti analisti fanno coincidere con l’inizio della fine dell’era Trump – nel Grand old party (Gop) si respiri aria da fine impero. Lo shock ha lasciato il posto alla rabbia: esponenti repubblicani, coperti dall’anonimato, affidano ai giornalisti la loro frustrazione, rimproverando al presidente la guerra in Iran, la vendetta contro i senatori sgraditi e l’indifferenza per il carovita. Anche al Senato i candidati imposti dal presidente si sono rivelati perdenti, tra cui Ken Paxton in Texas e Darline Graham, scelta personalmente da Trump in Carolina del Sud. I Democratici hanno incassato vittorie insperate anche in Stati tradizionalmente repubblicani come Texas, Kansas, Iowa e Carolina del Sud. Nella corsa al Senato hanno difeso il Michigan con un candidato dal profilo politicamente rischioso come Abdul El-Sayed. In Louisiana la repubblicana Julia Letlow si è salvata per un soffio, mentre si attendono ancora i risultati di Mississippi e Alaska. Eppure molte delle candidature repubblicane ricordano quanto sia salda la presa di Trump sul partito: alle primarie ha liquidato senatori di lungo corso e, pur uscendo sconfitto dalle midterm, nulla fa pensare che abbia perso la sua base Maga e non resti il regista politico del partito. Motivo per cui chi ambisce a raccogliere la sua eredità si troverà in una posizione difficile, quella di restargli abbastanza vicino da vincere le primarie ma sufficientemente lontano da consentirgli di ambire alla Casa Bianca pochi mesi dopo.

Il Gop pensa al dopo Trump

Il vicepresidente JD Vance è stato il primo a smarcarsi. In un lungo post su X ha esaminato le ragioni della disfatta, elencandole una ad una. “Il motivo per cui abbiamo perso è la guerra. Lo ha detto lo stesso presidente ieri sera – ha scritto – E qualsiasi discussione onesta su dove andremo da qui in avanti deve partire da lì”. La sua posizione però resta scomoda. Trump sarà in carica per altri due anni e prendere le distanze da lui significa rischiare di attirarne gli strali. Un dilemma che riguarda anche il segretario di Stato Marco Rubio che, pur non essendo stato il più entusiasta sostenitore della guerra in Iran, resta il capo della diplomazia americana e il consigliere per la sicurezza nazionale. Nelle ultime ore si sono rincorse voci incontrollate sulle sue possibili dimissioni. Lo stesso Rubio le ha seccamente smentite, assicurando al New York Times di voler restare fino a fine del mandato, ma ha rifiutato di parlare del suo futuro – ma che quelle voci circolino mostra il dilemma che dovrebbe affrontare se decidesse di correre. Ancora più esposto è il segretario alla Guerra Pete Hegseth, tra i volti più riconoscibili del conflitto, di cui i Democratici e un numero crescente di Repubblicani vorrebbero la rimozione: il deputato del Gop Thomas Massie ha annunciato che chiederà un voto sull’impeachment già la prossima settimana. Con un presidente indebolito è lecito chiedersi se un candidato repubblicano per il 2028 non possa emergere fuori della sua orbita. Il senatore del Texas Ted Cruz, che conduce un podcast molto seguito, sarebbe un candidato naturale: è conosciuto negli ambienti conservatori, ha mantenuto le distanze da Trump ma è da tempo tra i falchi sull’Iran. Questa settimana ha scritto che la guerra “si è trascinata troppo a lungo”: un tentativo di sconfessione arrivato forse fuori tempo massimo.

Più facile a dirsi

Costruire un partito “post-Trump” è però più facile a dirsi che a farsi. Nell’ala tradizionale del partito c’è chi guarda a Nikki Haley, ex governatrice della Carolina del Sud sconfitta da Trump alle primarie del 2024, al governatore della Georgia Brian Kemp o all’ex governatore della Virginia Glenn Youngkin. Ma tra i populisti, oggi corrente dominante, pochi credono che il futuro del partito sia un repubblicano moderato. In dieci anni, il Gop si è trasformato a immagine e somiglianza del presidente, in forma e misure un tempo impensabili. Come se non bastasse, Trump controlla una formidabile macchina elettorale: ad esempio, il super Pac Maga Inc., che lo sostiene, ha raccolto quasi 450 milioni di dollari in questo ciclo elettorale. E nonostante voci dissidenti, come quella del commentatore Tucker Carlson, Trump conserva il sostegno della maggior parte dei media di destra. Le principali istituzioni conservatrici si sono schierate apertamente con il suo movimento, così come una nuova generazione di giovani collaboratori e attivisti, per i quali il mix trumpiano di nativismo, populismo e meme rappresenta l’anima della destra americana. Il loro vivaio è Turning point Usa, l’organizzazione fondata da Charlie Kirk e oggi guidata dalla vedova Erika Kirk, che ha già dato il suo appoggio a Vance. Eppure il blocco è meno compatto di quanto sembri. Sulla guerra in Iran, Israele e sul caso Jeffrey Epstein i repubblicani che non si riconoscono nel movimento Maga sono ormai più vicini agli indipendenti che alla base del partito. E lo scontro ha raggiunto le istituzioni conservatrici, a partire dalla Heritage foundation, svuotata di dirigenti e studiosi dalla lite sui rapporti con l’estrema destra. Come osservato in un’analisi di Brookings qualche mese fa, i Maga “restano maggioranza nel partito, ma sono minoranza nel Paese. Possono decidere chi sarà il candidato repubblicano, non farlo vincere da soli”.

2028, corsa aperta

Una cosa è certa: dopo il voto di questa settimana, la corsa alla nomination repubblicana e quella parallela dei Democratici domineranno la scena politica americana per i prossimi due anni. Da anni, infatti, le primarie di entrambi i partiti non apparivano così aperte, senza un candidato scontato né da una parte né dall’altra, mentre il voto ha già cambiato anche la mappa su cui si giocherà la partita: Ohio e Iowa, che la coalizione di Trump aveva portato saldamente nel campo repubblicano, tornano contendibili. E il Texas è rientrato in gioco. “Fare campagna per la presidenza in Texas è un’impresa grande e costosa, che i Repubblicani non dovevano affrontare da molto tempo”, ha ammesso Bill Stepien, responsabile della campagna di Trump nel 2020. I Democratici sanno che quegli elettori non sono acquisiti, ma ora governano tutti gli Stati in bilico. A destra si teme che il prossimo candidato trovi una mappa proibitiva come quelle degli anni di Barack Obama, e che Trump lasci in eredità un partito costretto a difendersi in casa propria. “Si è vissuto del marchio Trump”, ha riassunto Bob Vander Plaats, influente leader evangelico dell’Iowa, “ma di quel marchio si può anche morire”.

Il commento

di Mario del Pero, ISPI e Sciences Po

“Le midterm hanno aperto di fatto la transizione post-trumpiana. E hanno posto i principali aspiranti repubblicani alla presidenza nel 2028 di fronte a un dilemma per molti aspetti irresolubile. Devono trovare il modo di dissociarsi dal presidente perché il trumpismo senza Trump non funziona e la base Maga, per quanto ampia, è strutturalmente minoritaria nel Paese e insufficiente a vincere le elezioni. Non possono però dissociarsi pienamente, perché questa base continua a sostenere il presidente e le sue politiche. Di qui le prime prese di posizioni, ambigue e contorte, del governatore della Florida Ron DeSantis, e di JD Vance, forse il principale sconfitto di queste midterm, che provano a prendere le distanze da Trump senza però farlo realmente. Di qui, anche, la ricerca di capri espiatori – a partire da Hegseth – da accusare e sacrificare, evitando di attaccare allo scontro con Trump.”

Alessia De Luca

Sezione: Editoriale, Esteri

Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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