
La grande arte di prendere le distanze quando il vento cambia
C’è un momento, nella vita politica, in cui accade qualcosa di curioso: i protagonisti di ieri diventano improvvisamente osservatori di oggi. È quanto sta accadendo negli Stati Uniti dopo le elezioni di midterm, che hanno ridimensionato il consenso repubblicano e indebolito la posizione di Trump. Personaggi che fino a ieri hanno sostenuto, accompagnato o comunque condiviso pezzi della stagione politica del presidente americano oggi scoprono il valore del dissenso. Ne analizzano gli errori, ne criticano le scelte, ne indicano i limiti. Tutto legittimo, naturalmente. Peccato che, ascoltandoli, venga spontaneo domandarsi dove fossero quando quelle scelte venivano compiute e quando il consenso e il potere facevano comodo a tutti. La formula che viene in mente è antica, ma sempre attuale: “Io non c’ero, ma se c’ero dormivo”. È una specialità che conosciamo bene anche in Italia. Qui abbiamo sviluppato una particolare abilità nel rivoltare la frittata, possibilmente prima che si bruci. Cambia il governo, cambia il clima politico, cambia il vento e, con una rapidità sorprendente, cambiano anche le convinzioni di chi ha sempre frequentato i palazzi del potere. Basta guardare certi salotti televisivi, dove sfilano ex dirigenti, ex direttori generali, uomini e donne che hanno attraversato governi e stagioni politiche diverse, spesso conservando incarichi, relazioni e visibilità. Oggi dispensano giudizi, impartiscono lezioni e spiegano che cosa si sarebbe dovuto fare. Dimenticando, però, di raccontare quale sia stato il loro contributo quando avevano responsabilità e possibilità di incidere. E in Italia il fenomeno assume talvolta contorni persino più curiosi. Ci sono personaggi che per anni hanno frequentato il potere, dispensato consigli, costruito relazioni e offerto la propria disponibilità alle stagioni politiche più diverse. Una presenza costante, spesso accompagnata da una sorprendente capacità di trovare sempre la collocazione giusta. Poi, quando il clima cambia, eccoli trasformarsi in osservatori indipendenti, dispensatori di giudizi e severi analisti degli errori altrui. Ma la memoria non dovrebbe essere un optional, soprattutto per chi ha avuto tante occasioni di esercitare influenza e visibilità. Prima di spiegare agli altri dove hanno sbagliato, sarebbe interessante ricordare dove si era e che cosa si faceva quando il potere era dalla propria parte. Sono uomini di tutte le stagioni, capaci di parlare tutte le lingue, soprattutto quella del potere. Frequentatori delle capitali e dei palazzi, esperti nel capire da quale parte convenga stare. E quando arriva il momento di rendere conto, ecco pronta la formula assolutoria: non c’entro, non sapevo, non ero presente. E se ero presente, dormivo. Naturalmente, cambiare idea non è una colpa. Anzi, in politica come nella vita, riconoscere un errore è spesso un segno di intelligenza e di onestà. Ma c’è una differenza sostanziale tra chi ammette di aver sbagliato e chi pretende di far credere di non esserci mai stato. Tra chi prende le distanze da una stagione politica spiegandone le ragioni e chi, invece, cancella opportunisticamente le proprie impronte. Il problema non è il ripensamento: è la memoria corta, soprattutto quando diventa uno strumento per salvare la propria reputazione e magari prepararsi un posto nella stagione successiva. Ma forse il punto è proprio questo. I Trump non nascono sotto una foglia di cavolo, né sono incidenti della storia. Crescono anche nel terreno preparato da chi, per convenienza, silenzio o opportunismo, ha rinunciato a esercitare fino in fondo il proprio ruolo. La politica non può essere soltanto l’arte di stare a galla. Dovrebbe essere anche l’assunzione di responsabilità, soprattutto quando le cose vanno male. Perché il potere non si frequenta soltanto quando conviene: bisogna avere il coraggio di risponderne anche quando presenta il conto. E allora torniamo alla vecchia filastrocca. Forse questi signori, davvero, dormivano. Ma resta una domanda: chi avrebbe dovuto svegliarli? O forse, più semplicemente, aspettavano soltanto che cambiasse il vento?
Angelo Santoro


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