
Il giorno dopo la disfatta repubblicana alle elezioni di midterm, Washington presenta uno spettacolo che fino a poche settimane fa sembrava difficile immaginare. Donald Trump ha perso il controllo di entrambe le Camere del Congresso, i democratici hanno conquistato persino roccaforti storiche della destra americana e il movimento MAGA deve fare i conti con una realtà che la propaganda non riesce più a nascondere.
La reazione del presidente è stata un concentrato di contraddizioni. Prima si congratula con i democratici, poi attribuisce la sconfitta ai candidati repubblicani, ai prezzi del petrolio e soprattutto alla propria assenza dalle schede elettorali, sostenendo che, se fosse stato candidato, avrebbe vinto a valanga. Una ricostruzione piuttosto singolare per chi aveva trascorso la campagna elettorale chiedendo agli americani di votare come se il suo nome fosse sulla scheda. E mentre il Paese discute del costo della vita, della guerra con l’Iran e delle conseguenze dei dazi, Trump dedica la sua prima apparizione pubblica alla nuova sala da ballo della Casa Bianca, illustrandone con entusiasmo marmi, colonne e lampadari.
Intanto, all’interno dell’amministrazione, comincia la resa dei conti. Consiglieri e dirigenti repubblicani chiedono cambiamenti, si moltiplicano le accuse e persino il vicepresidente JD Vance indica apertamente nella guerra contro l’Iran la principale causa della sconfitta. Trump riconosce il peso del conflitto sul voto, ma ribadisce che rifarebbe esattamente le stesse scelte. Il presidente della Camera Mike Johnson si prepara a lasciare la guida del gruppo repubblicano e alla Casa Bianca cresce la preoccupazione per le inchieste parlamentari che il nuovo Congresso potrà avviare.
Sul piano internazionale, le reazioni oscillano tra sollievo, prudenza e qualche sorriso difficilmente trattenuto. In Europa si guarda con interesse alla possibilità di recuperare un rapporto più equilibrato con Washington, soprattutto su NATO, Ucraina e commercio. Mosca osserva con maggiore preoccupazione il rafforzamento dei democratici, mentre Pechino mantiene il consueto pragmatismo diplomatico. Il premier spagnolo Sánchez interpreta apertamente il voto come un rifiuto delle politiche trumpiane. Altri governi preferiscono tacere, consapevoli che Trump resterà presidente per altri due anni.
Ed è proprio questo il punto. La sconfitta non cancella Trump, ma ridimensiona drasticamente la sua libertà politica. Dal gennaio 2027 dovrà confrontarsi con un Congresso ostile, capace di bloccarne le iniziative legislative, aprire indagini e imporre una verifica continua delle scelte dell’amministrazione. Conserva però ampi poteri esecutivi, soprattutto in politica estera, e nessuno può escludere che reagisca irrigidendo ulteriormente le proprie posizioni.
Il mondo, dunque, osserva. Qualcuno sorride, molti tirano un sospiro di sollievo, altri preferiscono non esporsi. Perché la vera incognita non è più quanto potere Donald Trump abbia perso, ma come intenda utilizzare quello che gli rimane.
Una cosa, tuttavia, è ormai evidente: gli americani hanno appena ricordato al loro presidente che la Casa Bianca non è una proprietà privata e che, fortunatamente, in democrazia l’ultima parola spetta ancora agli elettori: se anteponi l’ ego al pragmatismo e fai politiche demenziali, ti cacciano a pedate nel sedere.
E per fortuna, aggiungo.
Piero Terracina


Il tacchino non è ancora in forno
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