
C’è una domanda che dovremmo porci davanti alle scelte contenute nella nuova manovra finanziaria: se la scuola è il luogo in cui si costruisce il futuro di un Paese, perché proprio lì si cerca di risparmiare?
La domanda è ancora più urgente se guardiamo a quello che sta accadendo nelle piazze italiane, dove gli studenti manifestano per chiedere più risorse per l’istruzione, università accessibili a tutti, borse di studio, servizi e maggiori opportunità. Chiedono che il diritto allo studio non dipenda dalle condizioni economiche delle famiglie e che la scuola pubblica torni a essere una reale occasione di crescita e uguaglianza.
E quale risposta arriva dalla nuova manovra del Governo Meloni? Una riduzione di quasi settemila posti nella scuola italiana a partire dall’anno scolastico 2027/2028: 4.925 docenti e 2.049 unità di personale ATA, con un risparmio previsto di 251,7 milioni di euro all’anno dal 2028.
I tagli ai docenti non riguardano soltanto gli insegnanti di sostegno, ma l’intero organico dell’autonomia, che comprende docenti su posto comune, insegnanti di sostegno e personale destinato al potenziamento dell’offerta formativa. Non è ancora specificata la distribuzione delle riduzioni tra queste categorie.
E non si tratta di un intervento isolato: sommando i tagli già programmati con la precedente legge di Bilancio, si arriva a 14.808 posti in meno nell’arco di tre anni scolastici.
Dietro questi numeri ci sono persone e servizi indispensabili: insegnanti che seguono gli studenti, docenti di sostegno che garantiscono inclusione, collaboratori scolastici che assicurano vigilanza e assistenza, assistenti amministrativi e tecnici senza i quali le scuole non potrebbero funzionare regolarmente.
Come si può chiedere alla scuola di combattere la dispersione scolastica, contrastare le disuguaglianze e garantire attenzione agli studenti più fragili, mentre si riducono le risorse umane necessarie per farlo?
Si dirà che gli studenti diminuiscono e che bisogna adeguare gli organici al calo demografico. Ma perché non trasformare questa diminuzione in un’opportunità per avere classi meno numerose, più tempo da dedicare a ciascun ragazzo e maggiori possibilità di recuperare le difficoltà? Perché scegliere invece la riduzione del personale?
La questione riguarda anche le università, dove i giovani chiedono borse di studio adeguate, alloggi sostenibili e un sistema che permetta a tutti di proseguire gli studi, indipendentemente dal reddito familiare. Non basta proclamare il diritto all’istruzione se poi, nella realtà, le condizioni economiche impediscono a tanti ragazzi di esercitarlo.
Non possiamo considerare tutto questo una semplice questione di contabilità pubblica. È una questione di priorità e di visione del futuro. Naturalmente le risorse dello Stato non sono illimitate, ma proprio per questo bisognerebbe domandarsi su quali settori non sia possibile risparmiare. E l’istruzione dovrebbe essere uno di questi.
Una scuola pubblica forte è uno dei principali strumenti di uguaglianza sociale: permette ai ragazzi di sviluppare conoscenze, pensiero critico e consapevolezza, offrendo loro la possibilità di costruirsi un futuro senza essere condizionati esclusivamente dalle proprie origini familiari.
C’è una frase di Gabriella Giudici, spesso erroneamente attribuita a Italo Calvino, che esprime con particolare efficacia questa riflessione:
«Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere».
Gli studenti che oggi riempiono le piazze non stanno chiedendo un favore. Stanno rivendicando un diritto e ricordando alle Istituzioni che il futuro non può essere costruito risparmiando proprio sulle generazioni che dovranno ereditarlo.
Perché il costo più alto, per una società, non è investire nella scuola. È rinunciare a farlo!
Angioletta Massimino


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