
Un aspetto dovrebbe far riflettere più di ogni altro davanti a una mobilitazione così ampia: tante persone che normalmente vivono le proprie difficoltà in silenzio hanno deciso di scendere in piazza perché condividono le stesse preoccupazioni e la stessa paura di non riuscire più a vivere dignitosamente.
Non è soltanto una protesta contro un governo, ma il manifestarsi di un disagio sociale che attraversa famiglie, lavoratori, pensionati e giovani. Quando il costo della vita aumenta e stipendi e pensioni rimangono fermi, arrivare a fine mese diventa una preoccupazione quotidiana. Si fanno i conti davanti agli scaffali, si rinuncia a prodotti abituali e si finisce per considerare un lusso persino ciò che dovrebbe essere alla portata di tutti.
Personalmente, ho visto i pomodorini Piccadilly venduti a dieci euro al chilo. Dopo il fermo degli autotrasportatori e le difficoltà di approvvigionamento, la merce è tornata nei supermercati a prezzi enormemente aumentati. Se un prodotto arriva a costare cinque volte tanto, è legittimo domandarsi se qualcuno abbia approfittato della situazione per speculare. Un conto sono le difficoltà di approvvigionamento, un altro è scaricarne il peso sulle famiglie.
Quando hanno scioperato agricoltori, pescatori, autotrasportatori e altre categorie, noi cittadini siamo stati solidali con le loro ragioni. Abbiamo accettato i disagi e atteso, comprendendo che anche loro stavano lottando per i propri diritti.
Ma perché questa solidarietà non dovrebbe essere ricambiata? Perché, una volta riprese le consegne, le famiglie devono ritrovarsi davanti a prezzi quintuplicati?
La solidarietà non può funzionare in una sola direzione. Non si può chiedere ai consumatori di comprendere le difficoltà di chi lavora e poi ignorare quelle di chi deve comprare. Lo sciopero è un diritto, ma non può diventare un alibi per eventuali speculazioni.
Anche i cittadini possono reagire: se i pomodorini costano dieci euro al chilo, possono restare sugli scaffali. Non si tratta di essere contro chi produce o vende, ma di difendere il diritto di chi acquista a non subire prezzi inaccettabili. Nessuno dovrebbe approfittare del fatto che una famiglia, pur di mettere qualcosa in tavola, sia costretta a pagare qualsiasi cifra.
E mentre tutto aumenta, perché stipendi e pensioni non crescono in modo adeguato? Un aumento di tre euro sulla pensione non cambia la vita di chi deve affrontare rincari continui. Al contrario, gli aumenti di migliaia di euro di cui si è discusso per i compensi dei politici alimentano un comprensibile senso di ingiustizia. Le cifre vanno verificate e i provvedimenti distinti, ma la domanda rimane: perché ai cittadini si chiedono sacrifici continui mentre per chi ricopre incarichi istituzionali si prospettano aumenti tanto più consistenti?
Anche sul fronte pensionistico servono risposte concrete. Non bastano annunci sulla possibilità di andare in pensione a sessantaquattro anni: occorrono regole certe e requisiti accessibili. Non si può pretendere che chi ha svolto per decenni lavori fisicamente pesanti continui indistintamente fino a sessantasette anni, ignorando il logorio del corpo.
Una manifestazione così ampia dimostra che il disagio non è più soltanto individuale. Quando migliaia di persone condividono le stesse difficoltà, la politica non può liquidarle con qualche dichiarazione. Servono interventi sul potere d’acquisto, salari adeguati, pensioni dignitose e controlli contro le speculazioni. Ignorare la sofferenza economica significa alimentare frustrazione e rabbia.
Un milione di persone secondo gli organizzatori, una cifra inferiore secondo le autorità: le stime sono diverse, ma una mobilitazione di queste dimensioni merita attenzione. Chi governa deve rispondere delle proprie scelte e chi è all’opposizione deve dimostrare di avere proposte credibili. Nessuno può pensare di utilizzare il malcontento dei cittadini soltanto per il proprio vantaggio politico.
La storia italiana insegna che nessun potere è eterno. Le immagini drammatiche di piazzale Loreto, con i corpi di Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi esposti dopo la loro uccisione, restano una delle pagine più tragiche del nostro passato. Non sono un esempio da invocare né una scena da augurarsi nuovamente, ma un monito sulle conseguenze di un potere che perde ogni rapporto con i cittadini.
Oggi la risposta deve essere democratica: partecipazione, protesta e voto. Chi non ascolta il Paese deve sapere che può perdere il consenso e il potere.
Le persone non chiedono privilegi: chiedono di poter vivere dignitosamente. Chiedono di pagare le bollette senza rinunciare alla spesa, di vivere del proprio stipendio e di trascorrere la vecchiaia senza dover contare ogni euro.
E chiedono che la solidarietà dimostrata verso chi sciopera non venga ripagata con prezzi insostenibili.
Se siamo tutti nella stessa barca, nessuno dovrebbe approfittare delle difficoltà degli altri. E se il governo non è in grado di dare risposte concrete, deve assumersene la responsabilità.
Una piazza così ampia non è un rumore da ignorare: è un Paese che dice di essere stanco e pretende di essere ascoltato.
Il governo ascolti i cittadini o si assuma la responsabilità di lasciare il posto.
Angioletta Massimino

Torquemada
La tragedia cara amica mia è che l’alternativa della sedicente sinistra Schlein, Conte e il duo Lescano sono uguali all’incompetenza della sedicente destra di Meloni, Taiani e Salvini. Quindi non c’è più speranza bisogna che tu te ne faccia una radicata convinzione che ti avrebbe potuto aiutare il mio libro se solo lo avessi letto non dico studiato
Il tuo libro lo sto leggendo, caro Raffaele Romano, ma che io mi rassegni a questa situazione è assolutamente impossibile!
La Sinistra si prepari ad essere unita, perché solo uniti si può vincere, ma pensi al modo in cui poter cambiare questa situazione tragica, altrimenti sarà un altro fallimento.