
Il sospetto che il caso di Yussef Siher fosse poco credibile, in effetti, c’era dal primo giorno. Questo ragazzo non pareva aver cantato slogan peggiori di quelli che pure hanno cantato gente che poi è negli studi televisivi a presentare l’ultimo libro o l’ultimo film … e a volte ti chiedi se la distanza fra essere accusato di terrorismo o essere considerato un intellettuale non passi proprio dalla tua nascita o dal tuo paese d’origine.
Nelle piazze che manifestano non solo per Gaza, ma ormai anche per l’Iran (non per le persone uccise dal regime, ma proprio per il regime), si vedono con una certa regolarità bandiere di Hamas, Hezbollah e affini. “Sono bandiere della resistenza”. E a sventolarle ci trovi chiunque, comprese italianissime signore un po’ in là con gli anni che potrebbero essere mia zia, non fosse che mia zia preferisce andare a cercare i funghi, invece che sventolare bandiere di gruppi terroristi che han fatto morti in mezzo medio Oriente. Nessuna di quelle signore mi risulta sia mai finita in carcere.
A differenza di Siher, contro cui si è costruito un racconto mediatico che ha sedotto anche chi, normalmente, mi sarei aspettato più cauto nel condannare un accusato. E anche qui mi chiedo se a volte non sia più facile essere garantisti con qualcuno con cui empatizziamo più facilmente, rispetto all’esserlo con qualcuno che sentiamo più distante.
Quel racconto è stato alimentato da destra, non solo da opinionisti vicini al governo, ma proprio da membri del governo stesso. Ed ha ripercorso tutti i crismi con cui la volontà di sacrificare un capro espiatorio prevale su ogni basilare senso di civiltà, oltre che di rispetto di alcuni valori fondanti della nostra democrazia liberale (così, en passant).
Ma a parte questo governo, che persegue la propria propaganda securitaria con ogni mezzo. Quel che rimane della vicenda di questo ragazzo e di sua moglie è lo specchio di quel che in buona parte siamo diventati.
Da un lato accettando di cantare in coro slogan violenti e nati negli ambienti del peggior fanatismo coltivato in medio-oriente. Accettando che le bandiere di gruppi terroristici sventolassero allegre nelle manifestazioni che parlavano di parte giusta della storia. Premiando chi metteva in dubbio gli stupri del 7 ottobre o rifiutava che il rilascio degli ostaggi fosse una richiesta legittima.
Dall’altro reagendo a tutto questo, costruendo l’ansia di poter almeno rivalersi su qualcuno di quei coreggianti e di quegli sventolanti. Poco male che quelle accuse apparissero poco ragionevoli, poco male che quel ragazzo fosse poco più che un signor nessuno (anzi meglio), poco male che stesse montando una campagna stampa dai toni iperbolici.
Ecco “la mente”, così è stato presentato e raccontato Yussif Siher. E invece la mente è quella cosa che a volte, a forza di stare qua su questi così maledetti, si illude che questa sia la realtà.
Tommaso Ciuffoletti


Sconfiggere la violenza, dare una risposta al disagio reale
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