
Il capolavoro politico e propagandistico di Putin, forse il più riuscito, è stato quello di riuscire a convincere una parte dell’opinione pubblica europea, e italiana in particolare, che i problemi quotidiani delle nostre società dipendano dal sostegno all’Ucraina.
Il caro vita, gli stipendi troppo bassi, le difficoltà delle famiglie, le liste d’attesa negli ospedali, le carenze della scuola e i tanti problemi strutturali del nostro Paese sono questioni che ci trasciniamo da decenni. Problemi che esistevano ben prima del febbraio 2022 e che non possono essere liquidati attribuendone la responsabilità agli aiuti destinati a un popolo che sta combattendo per la propria sopravvivenza.
Eppure, una parte del dibattito pubblico sembra aver trovato una spiegazione semplice a tutto: se spendiamo per aiutare l’Ucraina, non avremo soldi per gli italiani.
Si arriva persino a sostenere che i circa 7 miliardi di euro in tre anni necessari a rafforzare la nostra difesa e contribuire alla sicurezza europea potrebbero, da soli, risolvere i problemi della sanità, della scuola, dei salari e del costo della vita.
È una narrazione comoda, ma profondamente fuorviante. Perché mette in contrapposizione diritti e sicurezza che, invece, sono strettamente legati. E soprattutto nasconde una verità fondamentale: senza sicurezza non c’è libertà, e senza libertà non c’è possibilità di difendere nessuno dei diritti sociali che diamo per acquisiti.
Dobbiamo ricordare come tutto è cominciato.
Nel febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina. Putin immaginava probabilmente una guerra rapida, una conquista in pochi giorni, un governo piegato e un Paese costretto alla resa. Aveva sottovalutato la volontà di resistenza del popolo ucraino.
Di fronte a quella resistenza, però, sono cominciati i distinguo, i tentennamenti, i soliti «sì, ma», «però».
Quelli che sostengono che Zelensky dovrebbe arrendersi perché altrimenti aumenta il costo del gas. Quelli che spiegano che, in fondo, Putin è stato provocato dalla NATO. Quelli che cercano di giustificare l’aggressione parlando di nazisti ucraini, come se la presenza di estremismi in un Paese potesse legittimare l’invasione, la distruzione delle città, l’uccisione dei civili e la negazione della sovranità di un popolo.
È una logica pericolosa, perché finisce per attribuire alla vittima la responsabilità dell’aggressione subita.
C’è poi un aspetto storico che dovremmo conoscere particolarmente bene noi italiani.
Quando ricordiamo il 25 aprile, ricordiamo la Resistenza e la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Ricordiamo uomini e donne che hanno combattuto per restituire al nostro Paese dignità, libertà e democrazia.
Ma dovremmo anche ricordare che quella liberazione non sarebbe stata possibile senza il contributo degli Alleati, senza le armi, l’intelligence, il sostegno logistico e militare di chi aveva compreso che la sconfitta del nazifascismo era una questione che riguardava tutti.
Allora perché facciamo così fatica a comprendere che oggi il sostegno all’Ucraina non riguarda soltanto gli ucraini?
Non si tratta di mettere sullo stesso piano situazioni storiche diverse, ma di riconoscere un principio universale: un popolo aggredito ha il diritto di difendersi e di scegliere liberamente il proprio futuro. Aiutarlo a farlo significa difendere anche un ordine internazionale nel quale i confini non possono essere modificati con la forza e la libertà delle nazioni non può essere cancellata dalle ambizioni imperialiste di un dittatore.
Ecco perché non è l’Europa che si sta riarmando per minacciare la Russia. È l’Europa che deve prendere atto che la propria sicurezza non può più essere considerata scontata. È Putin ad aver dimostrato, con le sue azioni, che esiste una minaccia concreta alla stabilità del continente.
Naturalmente, questo non significa che dobbiamo smettere di occuparci dei nostri problemi interni. Anzi.
È giusto pretendere una scuola migliore, edifici scolastici sicuri, stipendi dignitosi, una sanità pubblica efficiente e servizi adeguati. È giusto chiedere ai governi, nazionali e locali, di spendere meglio le risorse disponibili, di controllare gli investimenti e di rendere conto delle proprie scelte. Anche una lettura attenta dei bilanci degli enti locali e dell’utilizzo delle risorse del PNRR potrebbe aiutare a capire quanto spazio esista per eliminare sprechi, finanziare priorità vere e realizzare interventi utili alla collettività.
Ma non dobbiamo cadere nell’errore di pensare che la soluzione a problemi complessi, accumulati in decenni di cattiva programmazione e scelte politiche discutibili, sia abbandonare un popolo che combatte per non essere cancellato.
Non è una scelta tra gli ospedali italiani e la libertà degli ucraini. Non è una scelta tra la scuola pubblica e la sicurezza europea. Sono responsabilità diverse, che una classe dirigente seria deve saper affrontare contemporaneamente.
C’è una ragione ancora più profonda per cui dovremmo guardare alla guerra in Ucraina con grande attenzione.
Se oggi lasciassimo passare il principio secondo cui uno Stato più forte può invadere un Paese vicino, distruggerne le città, imporre un governo e ridisegnare i confini con la forza, domani quale garanzia avremmo che lo stesso principio non venga applicato altrove?
La libertà dell’Ucraina non è una questione lontana dai nostri interessi. È parte della nostra stessa sicurezza. La sua indipendenza contribuisce a difendere un’Europa nella quale anche l’Italia possa continuare a vivere in pace, nella democrazia e nel rispetto del diritto internazionale.
La nostra libertà dipende anche dalla libertà del popolo ucraino.
Dovremmo ricordarcelo ogni volta che discutiamo di aiuti, di difesa, di spese militari e di politica estera. E dovremmo ricordarcelo soprattutto il 25 aprile, quando celebriamo il valore della libertà conquistata anche grazie a chi, fuori dai nostri confini, scelse di non voltarsi dall’altra parte.
Perché la libertà non è mai un bene garantito per sempre. E quando qualcuno combatte per difenderla, voltarsi dall’altra parte non è una scelta di pace: rischia di essere una rinuncia alla nostra stessa libertà.
Francesco Carbini


Investimenti finanziari: il caso Google e le insidie dell’effetto IA
Lascia un commento